Il voto per posta

Di cattivo gusto come uno scherzo di Carnevale, oggi, in piena pandemia mondiale si svolgono le elezioni politiche in Catalogna. Essendo italiana residente all’estero, queste elezioni non mi vedono chiamata a votare, visto che posso esercitare il diritto di voto solamente nelle elezioni comunali. Sono però coinvolta dall’evento, oltre che per attenderne i risultati (fra qualche ora), anche perché credo che rappresenti una circostanza più unica che rara nel panorama europeo.

Per votare, in Spagna, esiste la possibilità di farlo attraverso il voto postale, che signifca che la propria preferenza politica si può inviare fino ad alcuni giorni prima del giorno delle elezioni. Lo scrutinio di questi voti si computa a fine giornata elettorale, mentre solamente il voto postale dei residenti all’estero è contabilizzato nelle successive ventiquattro ore, per evidenti ragioni logistiche. Solo in questo ultimo aspetto, il voto per posta ha qualcosa in comune con quello degli italiani all’estero, che io appunto esercito da tanti anni.

Il voto per posta è una comodità notevole, specie quando le elezioni si svolgono nella bella stagione, visto che permette di passare la domenica fuori città senza l’obbligo di recarsi alle urne o di prima mattina o poco prima che il seggio chiuda. È inoltre indispensabile per chi quel giorno lavora, o deve subire un’operazione oppure malauguratamente è impossibilitato a recarsi alle urne, per esempio gli studenti Erasmus.
In questo momento in cui ci ricordano costantemente che gli assembramenti è meglio evitarli, che le code al supermercato dobbiamo farle rispettando i segni sul pavimento, che la popolazione a rischio dovrebbe uscire il meno possibile, il voto postale è l’opzione più sicura. È stato quindi la scelta di molti, moltissimi elettori, che non se la sono sentitti di esporsi a un possibile contagio. Questo però ha provocato assembramenti e code lunghissime negli Uffici Postali, che negli ultimi giorni a disposizione degli elettori hanno calcolato una richiesta del voto postale del 350% in più rispetto alle anteriori elezioni, nel 2017.

Tuttavia, una gran parte della popolazione ha scelto comunque di esprimere il proprio voto presenzialmente, magari perché gli assembramenti in posta erano simili o peggiori di quelli che si sarebbero aspettati nella giornata elettorale.
Sono inoltre sorti alcuni dubbi di natura etica sul fatto se fosse giusto far uscire di casa i positivi di covid-19 che non avevano potuto (o anche voluto) richiedere il voto per corrispondenza. Dopo molte incertezze la Generalitat catalana ha così risolto: al mattino si è data preferenza alle categorie a rischio (anziani, malati cronici etc), dalle 12:00 alle 19:00 il resto di adulti sani, dalle 19:00 alle 20:00 i positivi che volevano votare. I componenti del seggio elettorale, che sono scelti fra tutta la popolazione maggiorenne e che solo in casi più che giustificati possono rinunciare all’incarico, dovranno indossare tutte le protezioni in dote al personale sanitario delle terapie intensive per poter ricevere quest’ultima categoria di elettori.

Come dire, il peggior scherzo di Carnevale…

Pubblicato in Luoghi | Contrassegnato , , , , , , | Lascia un commento

Vedere di nuovo Dawson’s Creek

PARTE UNO – Non avverto che a continuazione si parla di spoilers perché questo telefilm ha diciotto anni!

Da circa un mese ho ripreso a vedere da capo la serie televisiva Dawson’s Creek. Avevo iniziato su Amazon Prime Video che fino a fine gennaio la proponeva, son poi passata a Netflix, perché Amazon l’ha tolta dal catalogo. Mi sono sorpresa quando qualche giorno fa sono incappata in un post di Facebook di Vincenzo Maisto (che seguo con alcune dovute riserve), anche lui alle prese con la visione di questo telefilm, che andò in onda dal 1998 al 2003.

Ho subito visto che non sono quindi l’unica pirletta alle prese con un contenuto datato per certi versi, nostalgico per altri e pesante per altri ancora. Nel mio caso rivedere a distanza di quasi vent’anni una serie che seguivamo con tanto interesse sia io che mia sorella, ha certamente alcuni spunti positivi: ne ricordo grosso modo la trama e posso prestare meno attenzione (pur prestandone troppa) ai dialoghi molto celebrali su argomenti innovativi per l’epoca come il sesso, le dipendenze e le insicurezze degli adolescenti. Chiarisco la questione dei dialoghi, che oggigiorno mi risultano spesso bacchettoni, pesanti ed eccessivamente prolissi. Si parla di sesso e se ne fa molto poco; all’epoca della messa in onda Dawson’s Creek era forse il primo telefilm che affrontava molti argomenti problematici per i ragazzi con una certa franchezza e una profonda analisi dei sentimenti, spesso contrastanti, che queste problematiche suscitavano nei giovani.
Sono anche una grande fan di Beverly Hills 90210, ma l’approccio agli stessi temi in Dawson è molto più intimista e credibile. O sarà che Beverly Hills lo vedevo senza interiorizzare ancora i drammi dei protagonisti (ero più giovane).

La questione comunque di rivedere un telefilm a distanza di tempo, cambia un po’ l’opinione che ne avevo in generale, semplicemente perché nel frattempo sono cambiata io. Trovo molti episodi di Dawson innecessari, una perdita di tempo; spesso si trascinano storie irrilevanti per più del dovuto, per esempio il tira e molla dei genitori di Dawson in questa seconda visione è una storia di fondo alla quale non riesco a prestare attenzione.
Ho individuato inoltre l’inserimento di personaggi secondari che durano una stagione e che non apportano granché alla trama, perché scopriamo le stesse sfaccettature dei personaggi che già conosciamo.
Penso al padre di Joey che esce dal carcere e illude le sue due figlie che tutto è tornato come prima, salvo poi rivelarsi un grande bluff, che come arriva se ne va, con la coda fra le gambe. Joey era forte prima e lo sarà anche dopo questa breve apparizione.
Penso alla “cattiva” Abbey, che cade da un pontile e perde la vita catapultando la nichilista Jen in una innecessaria e prevedibile depressione.
Penso a quella bonazza di nome Eva, di cui nella terza stagione si infatua il nostro aitante Dawson, che anche in quell’occasione non tromba, come in tutte le occasioni precedenti, perché è troppo mentale, pacato e inibito da quel che può succedere lasciandosi andare. Tutto il contrario dell’antieroe Pacey, da sempre, adesso come allora, il prototipo del ragazzo normale, coi suoi impulsi, il suo senso di giustizia sociale, le sue idee sbagliate e la voglia di farcela nonostante un padre che lo disprezzi ogni due per tre e una ragazza che lo lascia perché affetta da problemi mentali.

Non sono ancora arrivata a quella che ricordo come una svolta nella serie, il passaggio all’Università di Boston. Sono alla metà della terza stagione e credo di aver sorbito la parte più lenta della serie. Con il cambio di location, lasciando da parte la ridente Capeside, i personaggi diventano più credibili e vicini al pubblico. O per lo meno è quello che ricordo, visto che ai tempi delle ultime stagioni io stessa stavo ancora studiando all’Università.

Nel frattempo, mi diverto a parlare alla serie, con commenti a voce alta mentre si svolgono scene chiave (tipo “Dawson, bambacione, ndo cazzo vai?”). Mio marito mi osserva con occhi pazienti e forse capisce perché mi ha preso tanto questa seconda visione di Dawson & co.
Certo, sarebbe più bello rivederla con mia sorella, altra grande telespettatrice dal minuto uno. Ci sono domande a cui non siamo ancora riuscite a rispondere, una su tutte perché non avevano destinato più soldi al trucco e parrucco del cast? È evidente che dalla prima alla terza stagione l’unica parrucchiera di cui disponeva la produzione si incaricava di pettinare solo Jen (che prima porta i capelli alle spalle, poi li taglia corti e poi li lascia ricrescere), mentre Joey e Gail, la madre di Dawson si lavavano i capelli da sole e nel caso di Gail in particolare non se li passava nemmeno con il phon. Terribile il clima umido di Capeside, ma possibile che solo da quando Joey tromba con Pacey si inizi a piastrare i capelli?
I tagli di capelli e le mode in alcuni casi si notano come datati; in altri invece i maglioni di lana di Joey e i sandali e le camicie di Pacey sono ancora perfettamente attuali. Anche l’ambiente di fondo della storia, praticamente senza telefoni cellulari nelle prime stagioni e solo con qualche timido accenno alle nuove tecnologie come l’iMac G3, permette che i protagonisti si comunichino in modo reale e non virtuale, ricordandoci che era quella la dura e pura realtà della fine degli anni novanta.

Scriverò un altro post una volta finita la visione della serie. Per il momento mi fa tanto ridere e i dialoghi un po’ fuffa li ascolto con un orecchio chiuso.

Pubblicato in Internet | Contrassegnato , , , , , | Lascia un commento

La maledizione del rosa

Non sono mai stata una grande fan del colore rosa. Da piccola alla scuola materna indossavamo il grembiulino, in genere era un tessuto a quadretti bianchi e rosa per le bambine o bianchi e azzurri per i bambini. Ricordo una sensazione di libertà quando alla scuola elementare non ci fu più quest’obbligo, forse era la divisa in sé ma sicuramente era anche il colore che non mi piacevano.

Non riuscivo nemmeno a farmi piacere i mobili della Barbie, che qualche criminale della Mattel aveva deciso dovessero essere quasi tutti in nuances rosa; io avevo il letto, la scrivania e il comodino rosa Barbie e ci giocavo con una certa riluttanza, ma erano gli unici mobili che avevo.

Quando è nata T. ho detto a tutti che di rosa volevo ben poco e riconosco che mi hanno rispettato. Ho molte foto di T. con completini che avevo comprato per lei grigi, verde acqua, blu e anche con molte tutine di suo fratello, che appunto erano grigie, verde acqua e blu. Sono questi i colori che preferisco.

Qualche tempo fa, ho fatto incetta di nuova lana per lavorare a maglia e sono incappata in alcuni gomitoli di ciniglia rosa che mi hanno messo di fronte alla sfida di tessere qualcosa per la piccola di casa, qualcosa che fosse un po’ diverso dai suoi soliti colori. Volevo, come si dice tanto ultimamente, uscire dalla mia zona di confort. Ho quindi comprato alcuni gomitoli rosa, un gomitolo bianco e uno grigio. Essendo un filato spesso, nel giro di due pomeriggi era pronto un cardigan senza bottoni che T. avrebbe potuto indossare anche a scuola. Peccato non aver fatto i conti prima con il caratteraccio di mia figlia che quando lo ha visto ha detto che non le piaceva, le scocciava anche solo provarlo per le ultime rifiniture.
Dopo un po’ di titubanza, ho disfatto con cura il mio operato (cosa assai impegnativa perché il filo di ciniglia quando lo si lavora rimane segnato dai successivi giri della maglia) e ho realizzato un maglione a maniche corte per me, utilizzando anche il grigio e il bianco.

Con il clima mite di Barcellona, sono riuscita a indossarlo solo una volta perché tiene molto caldo, ma è stata un’occasione per cercare di fare pace con questo colore che ho sempre trovato lontano dai miei gusti. Il nome del maglione comunque è “la maledizione del rosa”.

Ho due gambe belle lunghe e un marito negato a fare le foto
Pubblicato in Scorci di noi | Contrassegnato , , , , , | Lascia un commento

I Beatles e Primo Levi

Ieri sera ho visto un film, “Yesterday”, la storia di un ragazzo con aspirazioni musicali che dopo un black out mondiale si rende conto che i Beatles non sono mai esistiti e decide di utilizzare le loro canzoni per sfondare nel mondo della musica. A un certo punto, credo per fare un occhiolino ai veri fans del gruppo e non per un vero scopo nella trama, il protagonista va a trovare John Lennon (un magistrale Robert Carlyle, non accreditato), che vive solo in una casa isolata lungo la costa inglese e ha settantotto anni. Ecco, io quando ho visto che ad aprire la porta era John mi sono veramente commossa, è stato un momento magico, in una storia divertente e un po’ prevedibile.

Oggi sto ascoltando i Beatles con quello che i portoghesi definiscono saudade e ho voluto riflettere sulla necessità di ricordare, anche come esercizio terapeutico, mentale, filosofico.
Domani è il cosidetto Giorno della memoria, stabilito nell’anniversario della liberazione del campo di concentramento di Auschwitz, nel 1945. È questo un periodo dell’anno dove ci dicono che dobbiamo ricordare, che non dobbiamo dimenticare quello che è stato per evitare di ripetere gli stessi errori del passato. Senza mancare di rispetto a una ricorrenza che sento ogni anno come molto importante, vorrei fantasticare su un altro ipotetico black out, come quello che nel film ha cancellato ogni traccia dei Beatles. Un black out che colpisca la terra e magari faccia in modo che l’Olocausto non sia mai avvenuto. Sarei già andata a suonare alla porta di Primo Levi o di Liana Millu.

La lettura. La lettura aiuta a crearsi una coscienza. Di sé e della Storia. L’anno scorso ho riletto quasi d’un fiato “Se questo è un uomo” e “La tregua”, di Levi; letture suggerite nei compiti delle vacanze al ginnasio e propedeutiche per un esame di letteratura italiana all’università. Era quindi la terza volta che tornavo su quelle pagine.
Rileggere fa sempre bene, peccato non ne abbiamo sempre il tempo o la possibilità. Alla terza lettura ho individuato lo stile di Levi, il suo modo di osservare le situazioni, la sua evidente goffaggine, con il suo amico greco al mercato polacco per esempio. Al di là delle atrocità descritte e del periodo storico cruciale, che non lascia nessuno indifferente, Levi mi ha intrappolato con le sue riflessioni sempre brevi eppure incisive.

Un esercizio di memoria che raccomando è rileggere qualcosa già letto molti anni fa e comparare le emozioni provate allora ed adesso. Come con Levi, i cui libri mi avevano conquistato e di cui sempre troverò qualcosa di nuovo e di bello.

E tornando a “Yesterday”, oggi riascolto il mio passato musicale come stessi mangiando delle ciliegie, fino a farne indigestione. Bisogna ricordare e rileggere e ricordare…

Pubblicato in Scorci di noi | Contrassegnato , , , , , , | Lascia un commento

La regola

Nella scuola dei miei figli c’è una regola tassativa sul cibo che possono portare quando fanno la ricreazione: sì a frutta, sì a crackers, sì a panini con formaggio o affettati, no a qualsiasi cosa dolce, quindi no ai biscotti, al panino con la Nutella, al plumcake, alla Girella (ma trovarla qui in Spagna!!! comunque la morale è sempre quella, fai merenda e non colazione con Girella). Non si possono inoltre portare cibi avvolti in plastica, si devono preferire i tuppers o quelle borse in materiale PEVA tipo porta panini.

Non ho mai questionato questa norma perché, oltre al messaggio ecologista che pretende ridurre il volume dei rifiuti, promuove abitudini alimentari sane, che aiutano a scoprire la frutta di stagione e le varie possibilità di un bel panino farcito (si può ricorrere all’hummus, al guacamole, alle olive e pomodoro, non solo alla soluzione più rapida, che sono gli affettati).
A conti fatti però, per praticità, velocità ed efficace risoluzione dei conflitti noi qui si compra spesso banane e mandarini, in alternativa mele e se proprio va benissimo ci arrivano ogni tanto ciliegie e fragole di serra, regalate dai nonni paterni.
Bisognerebbe però non dare per buone certe varianti di quello che viene ammesso per l’intervallo, come per esempio un panino con un wurstel dentro (e freddo oltretutto) che E. descrive con dovizia di particolari (noi non compriamo wurstel, quindi lui non aveva proprio idea di cosa fosse).

In questa lunga cassa integrazione dove sto davvero tirando fuori la pasticcera che ho dentro, mi sono spesso ritrovata il lunedì mattina con avanzi di un banana bread o di biscotti di avena che preparo nel fine settimana. Tutte opzioni che sarebbero state uno spuntino veloce e sano al pari di un panino con prosciutto cotto e forse anche più sano di un panino con la mortazza, ma quella regola mi impedisce di metterli nello zaino ai miei figli.

Comunque mio figlio ha interiorizzato la regola molto più di me: l’altro giorno mi ha detto, con un certo tono da contrabbando, che la maestra a inizio anno aveva fatto provare a tutta la classe dei cioccolatini. Alla mia obiezione che questo non si può fare perché la regola lo proibisce, mi ha risposto “Es su problema mamma”.

Pubblicato in Scorci di noi | Contrassegnato , , , , , , , , | Lascia un commento

Eredità musicali

La questione dei gusti ereditari è da qualche tempo una domanda alla quale non so dare sempre la stessa risposta. Cosa sono i gusti ereditari? Sono ancora validi nella nostra età adulta?
Musicalmente parlando, la mia generazione è cresciuta ascoltando degli artisti di cui non abbiamo minimamente dubitato in quanto a bravura e talento, fino a quando magari in anni recenti, in un contesto non sempre serio e con diritto di replica, qualcuno ci ha fatto notare che no, che “si può vivere bene anche senza quell’allegro stornelletto” e “quanti danni ha fatto la disco music“.
A me è successo che più di una persona mi abbia schernito per ascoltare volentieri alla radio Rod Stewart. Mi sono state fatte critiche poco approfondite con quel genere di superiorità che adotto anche io quando penso a tutto quel marrone di moda negli anni settanta: no way.
Eppure Rod Stewart è uno dei capisaldi da viaggio in macchina dei miei genitori e io non me lo questiono. Un altro è Elton John, checché loro stessi se ne siano smarcati in epoche più recenti, proprio dopo un mio post estivo.
La cosa è andata così: durante una videochiamata con mia madre, dopo aver letto il post in questione, mi rimprovera di aver scritto che lei e papà ascoltavano Elton John. “Scrivi che vi abbiamo trasmesso anche musica più potente, più eternamente bella”. Fa capolino mio padre e comincia a sciorinare una serie di nomi, che riporto fedelmente: Pink Floyd, Neil Young, Emerson, Lake & Palmer, De André, James Taylor e mia madre in parallelo: Santana, Queen, Battisti, Carole King, Led Zeppelin, “ma mettici pure i Beatles, ti ricordi che ti ho sempre detto che quando è morto John Lennon tu stavi per compiere un anno e io ho pianto tanto quel giorno”.

Riporto tutto questo probabilmente per un senso di dovere verso i miei genitori. Per sentirmi anche un po’ giornalista in questa questione. La metà degli artisti che ho elencato qui sopra non mi sono sconosciuti, ma non sono nemmeno fra quelli che ascolto di più. Adoro Carole King, i Queen e i Pink Floyd, ma il resto, anche se lo associo a qualcosa di famigliare, di trasmesso con affetto, non appartiene ai miei capisaldi.

A differenza della mia generazione (i nati negli anni 70), i miei genitori non hanno evidentemente ricevuto un bagaglio musicale transgenerazionale. Voglio dire, i miei nonni non ho idea di cosa abbiano trasmesso ai loro figli, a parte mia nonna paterna che cantava Nilla Pizzi… Mio papà e mia mamma si sono appropriati delle band che spopolavano in quegli anni ruggenti e con quello ci han cresciuto, a me e mio fratello. Con mia sorella è già diverso, perché eravamo già più grandi noi e c’è stata una sorta di commistione fra i nostri gusti di quel momento e i gusti dei miei genitori, sempreverdi. È in questa epoca che in casa si sono fatti largo i Nirvana, Elio e le Storie Tese, i Red Hot Chili Peppers, i Modena City Ramblers, fra altri.

Dai primi mesi di vita di E. mi sono spesso interrogata sui capisaldi musicali, dei miei genitori e i miei, per cercare di elaborare una lista di brani imprescindibili da trasmettere a lui e sua sorella.
Il modo di vivere la musica però è cambiato moltissimo nel frattempo. L’accesso alle canzoni e l’esposizione a gusti di terzi sono molto diversi dall’uso del mangiadischi dove io inserivo i dischi dello Zecchino d’Oro o del mangiacassette di mio fratello dove ascoltavamo Bob Marley (che i miei non hanno annoverato, però lo ascoltavamo con loro anche in macchina).
Oggigiorno i miei figli hanno orecchio specialmente per il reggaeton invece che per il reggae, creando un divario e un disagio notevole con quello che vorrei che ascoltassero. Sulle canzoni che E. e T. ricordano e che sono abbastanza tamarre hanno influito la scuola (incredibile ma è così), le hits delle vacanze negli hotel che abbiamo frequentato e le radio di fondo in piscine e spiagge varie. Il mezzo con il quale ascoltano musica con noi è principalmente You Tube, oltre alla radio in cucina qualche sera. Noi come genitori stiamo cercando di crescerli senza divieti musicali, ma facendo passare anche la nostra buona musica; E. è anche stato probabilmente uno degli spettatori più piccoli del concerto di Beirut e dei Radiohead al Primavera Sound del 2016 e T. ha assistito nella mia pancia al concerto di Jamiroquai del Cruilla del 2017. È inevitabile però vedere come in ogni generazione confluiscono mode e stili che come genitori non possiamo anticipare, ma nel fondo è proprio questo il suo bello (reggaeton a parte).

Pubblicato in Scorci di noi | Contrassegnato , , , , , , | Lascia un commento

Il dentino ballerino

Son due giorni che mio figlio E. ha un dente che gli balla. È la prima volta che gli succede e anche per noi genitori è la prima volta che affrontiamo un mini dramma di questo genere.
Come spesso succede con le novità, E. sta affrontando questa situazione con un filo di fifonaggine, il che mi ricorda che anche io, quando ero piccola, ero capace di stare anche una settimana intera con il dente attaccato a un millimetro, pur di non vedermi sanguinare le gengive. A nulla valevano le incitazioni di mia madre a toglierlo una buona volta “se no poi lo mandi giù nel sonno”. È più facile a dire che a fare, visto che ieri sera gli dicevamo esattamente la stessa cosa, “ma dai cosa vuoi che sia, dagli un tirone e viene via“. E. si è anche lasciato mettere un filo intorno al dente affinchè suo padre tirasse, ma suo padre era restio e alla fine ha lasciato perdere.

La caduta del primo dentino è uno di quei fatidici momenti che segnano un passaggio nella crescita. Nella classe di E. alcuni bambini hanno già la cosidetta finestrella, perché hanno perso i denti davanti.
Però quando l’altro giorno E. all’uscita da scuola mi ha spiegato che morsicando la mela a mensa aveva sentito che gli ballava il dente, mi son sentita a disagio come quando Warren Beatty doveva annunciare il vincitore del miglior film agli Oscars 2017 e aveva aperto la busta sbagliata. Incredulità e imbarazzo a pacchi. Mio figlio è di novembre, ha messo i denti tardi, li perderà tardi. Ingenua. Ma prontamente e non sapendo quando sarebbe caduto il dente, avevo già avviato l’operazione regalino, avvisando il marito benevolo di comprare un superzing in edicola, di ritorno dal lavoro. Adesso tocca solo aspettare che il dente si stacchi o che lo tiri o che lo perda parlando, mangiando. Insomma qui è tutto pronto.

Scatolina per conservare i denti da latte…

Piccola parentesi sulle tradizioni locali: qui in Spagna i denti da latte si conservano.. Me lo ha ricordato mia cognata, che forse voleva già comprarmi la scatoletta apposita. Ma ho già tanti di quegli oggetti che conservo per ricordo e di cui Marie Kondo o chi per essa più di una volta mi ha spiegato come disfarmene, che conservare i denti dei miei figli, oltre ad essere un filino macabro, è davvero fuori dalla mia portata.

Pubblicato in Scorci di noi | Contrassegnato , , , , , | Lascia un commento

Tempo per tutti

Dopo un post celebrativo sul compleanno con la mia città d’adozione, ho bisogno di un po’ di ulteriore introspezione, ma sul tempo presente, e di molta franchezza.
Le vacanze di Natale sono state vacanze specialmente per i miei figli e per mio marito, che ha staccato la spina dal telelavoro combinato con il lavoro in ufficio (alterna un giorno sì e uno no). Io invece la spina non l’ho proprio staccata e forse comincerò ad abbassare il ritmo in questi prossimi giorni.
Mi sono resa conto, ancora una volta, che la mensa scolastica mi salva davvero le giornate e che senza di essa sono una casalinga disperata. Mi assalgono tutti i crismi della buona madre che è in fondo a me, per preparare menù equilibrati in giorni in cui si pecca parecchio, fra torroni, pandori farciti etc. E poi altri crismi sulla gestione del tempo dei miei figli, visto che se fosse per loro passerebbero pomeriggi interi davanti al televisore, nonostante i tanti regali che hanno ricevuto in queste feste.

Ma anche la gestione del mio tempo è un argomento complicato, perché se mi concentro su di loro, non sto facendo nulla per me e questo è ormai un dato di fatto. C’è stato evidentemente del buon tempo speso tutti assieme, ai giardini quando ancora le temperature erano passabili o a casa, intorno al tavolo per giocare a tombola. Ma queste vacanze hanno rappresentato anche un bilico costante fra “voglio che i miei figli giochino tranquilli e non mi rompano le palle” e “vediamo cosa fare con il mio tempo libero”.
C’è stata una sera in cui magicamente il marito benevolo ed io ci siamo ritrovati senza prole da lavare, impigiamare e mandare a dormire fra molte proteste, as usual. Quella sera è toccato alla cognata, entusiasta e forse ignara di quanto possono essere teppisti i miei due figli se fan combutta. In quel lasso di tempo in cui siamo tornati a vivere una realtà di coppia ormai a noi sconosciuta da cinque anni a sta parte, siamo riusciti a vedere un film e ben tre episodi di due serie diverse (Dispatches from Elsewhere e Dietland), oltre ad ordinare una pizza e mangiarla quasi in un solo boccone, approfittando della mancanza di interruzioni a tavola. Stare sul divano a vedere la televisione non è però l’aspirazione che ho tutti i giorni; d’altronde lo critico per i miei figli e non lo condivido, non sempre, per noi adulti.

Come avevo già spiegato quando i miei genitori mi avevano dato una piattaia che avevo ridipinto, Pinterest è stata la mia fonte di risorse su cosa fare durante il mio tempo libero, che da marzo in poi è stato molto, forse troppo, visto che da allora sono in cassa integrazione. Sono utente e grande fan di questo social network fin dalle sue origini. Fra altre cose, lo considero uno strumento per trovare l’ispirazione e un nuovo uso a molti oggetti che si hanno in casa.
In queste vacanze ho spulciato varie idee su come lavorare a maglia, riuscendo a finire due maglioni, uno per me e uno per E., tutto contento di inaugurarlo al ritorno a scuola. Ho inoltre spettegolato su tutto un filone di gente che cuce abiti per bambole con un’abilità straordinaria o che fa gioielli artigianali a partire da un rotolo di scotch. Ho cercato infine esempi di camerette infantili che fossero funzionali e atemporali, per quando T. dovrà separarsi dal suo lettino in primavera.

Se mi fermo a pensare perché tutta sta smania di riempire il tempo con cose da fare, perché non limitarmi a leggere un buon libro (cosa che faccio, ma ad ore tarde della giornata, in genere con Iole in braccio, già nel letto) o a riordinare la casa, che per questo c’è sempre grande richiesta… ho tante risposte da offrire.
Innanzitutto, ho avuto la necessità di supplire la mancanza di una routine lavorativa con una serie di attività che in qualche modo mi allontanassero dalla pigrizia e dalla sciatteria. Credo si tratti una situazione che per un breve o lungo periodo ha interessato tante persone che come me si sono ritrovate confinate e senza lavoro (ma senza ancora la preoccupazione di cercarne un altro). Alzi la mano chi non ha passato un giorno intero in pigiama pensando “tanto è solo per oggi”.
In primavera avevo quindi deciso di frequentare un corso online SEO SEM, utile per il mio lavoro. Ho poi scelto un corso di catalano per migliorare il mio livello e poter accedere alle prove di livello C. Tutto questo per rimanere produttiva, per mettermi in tasca un po’ più di sapere, anche di sapere fare.

Ma il motivo di fondo che mi spinge a cercare di rimanere sempre occupata è il non pensare. Il non pensare a lungo termine come filosofia di vita, provvisoria, finché la situazione mondiale riprende il giusto verso. Io che sono da sempre una grande sognatrice, glielo diceva a mia madre il mio professore di ginnasio, io che praticamente vivo poco il presente ma tanto il passato e il futuro, ho dovuto ridimensionare i miei pensieri, i miei ricordi e i miei progetti per non soffrire. Principalmente la mancanza della mia famiglia, che nelle feste natalizie si è fatta sentire ancora di più. Quindi, sì: lavoro a maglia, cucino, studio e mi faccio venire la mariekondite per non pensare a quando rivedrò i miei genitori e la mia famiglia tutta. Ho capito che questo è l’unico metodo che mi funziona per cercare di non deprimermi nel frattempo. Ci sarà un tempo per tutti, per ritornare ad ascoltarci da vicino e non solo per videochiamata, per dirci bonariamente sta su da dos invece di abbracciarci stretti stretti perché non ci si vede da tanto tempo, per annoiarci assieme incluso. Ma nel frattempo, tutto questo tempo che passa è un bene prezioso che mi permette di investire su quello che sono, su come posso migliorare e su quello che ancora non so e voglio sapere.
Direi che, senza volerlo, sto cominciando serenamente questo mese di gennaio. Spero di continuare così.

Pubblicato in Come fare | Contrassegnato , , , , , , , , | Lascia un commento

L’arrivo, quello vero

Sono seduta in metropolitana, sulla linea gialla, nei vagoni che preferisco, quelli con i sedili neri, gli stessi di quando cominciavo a districarmi per Barcellona, ormai quindici anni fa. Cronologicamente, il mio arrivo a Barcellona avvenne il giorno 11 gennaio 2006.
Il viaggio in nave da Genova durò quasi venti ore e fu una traversata scandita fra la noia di essere una dei pochi passeggeri a bordo e il dolore delle mestruazioni, che fecero capolino fra le mutande appena entrata in cabina.
La partenza, per lo meno mentale, era iniziata qualche mese prima, quando dall’Università mi confermarono di aver vinto un tirocino di tre mesi presso l’Istituto Italiano di Cultura della capitale catalana.
Forse però, la partenza era cominciata quando avevo deciso di studiare lingua e letteratura spagnola all’Università, verso il 1998.
Addirittura, probabilmente la partenza risale all’estate del 1995, quando grazie a un gemellaggio culturale dell’Unione Europea ero entrata in contatto per la prima volta con la lingua spagnola e avevo conosciuto una delegazione andalusa. Messo da parte l’imbarazzo di chi incespica nel formulare frasi con un dizionario tascabile, avevo dovuto fare i conti con la ragazza che avrei voluto diventare da grande, una tipa spigliata, che parla bene le lingue, che viaggia e assapora culture. Quella partenza di gennaio 2006 senza dubbio iniziò con un incontro magico e bellissimo con il mio futuro io.

Mi piace viaggiare in metro. Anche durante questo ultimo anno nel quale tutti ci siamo mossi meno di casa, prendere la metro e attraversare le viscere della città è stata ogni volta un’impressione distinta dei suoi abitanti, dell’umore generale di come vanno le cose. Io che vengo da una città piccola piccola, dove a malapena circolava un bus soltanto e a orari fissi, mi faccio ancora sedurre dai nomi così musicali, così esotici delle fermate: Llacuna, Urquinaona, Maragall.
A volte non ho ancora l’idea delle distanze fra una fermata e l’altra. Certamente non lo sapevo nei miei primi tempi a Barcellona, quando ricordo che viaggiare in metro mi faceva sentire come dentro a un film.
Il giorno del mio arrivo a Barcellona, con gli anni, è diventato il compleanno con la mia città d’adozione, un’occasione che non tutti hanno la possibilità di festeggiare. La maggiorparte delle persone nasce e vive nello stesso posto per tutta la vita, quindi un compleanno così sui generis rappresenta una ricorrenza che il mio carattere malinconico e puntiglioso ha sempre ricordato, ogni anno.

Quella ragazza spensierata, che partì con una valigia di quelle che oggi non si usano più, non avrebbe immaginato che ci sarebbero stati tanti altri arrivi nel frattempo, da quel lontano 11 gennaio 2006.
C’è stato l’arrivo di un contratto di lavoro a tempo indeterminato, un’opportunità che in Italia non mi si era mai presentata; c’è stato l’arrivo devastante e totalizzante del grande amore, quello che ha confermato che vivere a Barcelona era cosa buona e giusta in un momento in cui era ancora facile e indolore riprendere la valigia e tornare a casa; c’è stato l’arrivo di un mutuo e poi di un bimbo, e poi di una bimba.
Ma l’arrivo, quello vero, quello che dovrebbe farmi sentire come un’atleta che raggiunto il traguardo smette di correre, quell’arrivo non avverrà mai. Io non appartengo a questa città, seppur questa città un po’ mi appartenga; mi sento quindi sempre un po’ di passaggio, seppur per esempio stia pagando una casa a metà con mio marito.
Suppongo che per questi e per altri molti motivi che ancora non ho analizzato a fondo, il mio arrivo qui non avverrà mai. Ma intanto scendo, che per lo meno il mio viaggio in metro è finito e sì, sono arrivata.

Pubblicato in Scorci di noi | Contrassegnato , , , , , , , , | Lascia un commento

Cara mamma,

Cara mamma,
Questo Natale come ben sai sarà diverso. Come succede a tante altre persone, non necessariamente expat come me, anche io non ti riabbraccerò, né te né papà, né i miei fratelli e la mia famiglia tutta. E nemmeno i miei bambini, tanto rumorosi e teneri, ti riempiranno la casa di giocattoli, grida e richieste di video di musica tamarra.
Lascio stare il preambolo sulle normative aeree, sulle varie prove richieste e relativi costi, che comunque sarebbe un preambolo da far venire un embolo. In queste circostanze sanitarie il buon senso mi ha fatto accettare che il rivedersi a ogni costo non è appunto sensato, oltre che prudente e sicuro.

È con una certa stizza che l’altro giorno ho deciso di comprare una tovaglia di Natale; dopo quasi quindici anni che vivo qui, è il primo elemento natalizio che compro, esclusi gli addobbi dell’albero. Anfitriona in queste feste lo son sempre stata poco, perché appunto, per motivi logistici non ho quasi mai invitato gente a casa, non per i pranzi o le cene delle feste comandate, magari invece per una merenda nei pomeriggi tutti uguali fra Natale e l’Epifania. Però tu lo sai, mi son sempre comunque data da fare nei miei soggiorni natalizi italiani, cappelletti con le zie, tiramisù a grande richiesta, crostate varie.

Ma questo Natale è il primo in quarantun’anni in cui mi ritrovo a cucinare tutto un menù da sola ed è inevitabile pensarti, ricordarti a volte di fretta, di corsa al super perché mancava sempre qualcosa.
Il marito benevolo è sempre stato un sostenitore della cucina di sopravvivenza, quindi il suo contributo più grande sarebbe una pasta al tonno e pomodoro, il che, convieni, non è proprio il caso. La nostalgia per te, che durante queste feste sarà ancora più forte, si tramuterà in un pranzo godereccio e casereccio che sono sicura, apprezzeresti moltissimo.

E poi, da quando al Mercadona hanno anche la ricotta, mi sento davvero a mio agio per le preparazioni culinarie. Così, ho pensato che per il pranzo di Natale imbastirò degli antipasti di affettati misti; delle tartine degne dei migliori anni ottanta; le lasagne della Barilla (trovate in extremis oggi) con ragù e besciamella fatti da me; la crema del tiramisù servita con il pandoro (Bauli, anche quello trovato oggi in un negozio di delicatessen); caffè e torroni vari. In forse ho una torta con ricotta e mascarpone, che credo me la riservo per l’ultimo dell’anno.
Diciamo che sto coronavirus è, da marzo, il rodaggio per fare davvero le cose alla grande per il prossimo Natale. Mamma contaci come ci conto io. Sei per tante cose la mia più grande fonte di ispirazione.

*foto di copertina della crostata che ho preparato per il mio compleanno, la settimana scorsa

Pubblicato in Come fare | Contrassegnato , , , , , , , | 1 commento