Eredità musicali

La questione dei gusti ereditari è da qualche tempo una domanda alla quale non so dare sempre la stessa risposta. Cosa sono i gusti ereditari? Sono ancora validi nella nostra età adulta?
Musicalmente parlando, la mia generazione è cresciuta ascoltando degli artisti di cui non abbiamo minimamente dubitato in quanto a bravura e talento, fino a quando magari in anni recenti, in un contesto non sempre serio e con diritto di replica, qualcuno ci ha fatto notare che no, che “si può vivere bene anche senza quell’allegro stornelletto” e “quanti danni ha fatto la disco music“.
A me è successo che più di una persona mi abbia schernito per ascoltare volentieri alla radio Rod Stewart. Mi sono state fatte critiche poco approfondite con quel genere di superiorità che adotto anche io quando penso a tutto quel marrone di moda negli anni settanta: no way.
Eppure Rod Stewart è uno dei capisaldi da viaggio in macchina dei miei genitori e io non me lo questiono. Un altro è Elton John, checché loro stessi se ne siano smarcati in epoche più recenti, proprio dopo un mio post estivo.
La cosa è andata così: durante una videochiamata con mia madre, dopo aver letto il post in questione, mi rimprovera di aver scritto che lei e papà ascoltavano Elton John. “Scrivi che vi abbiamo trasmesso anche musica più potente, più eternamente bella”. Fa capolino mio padre e comincia a sciorinare una serie di nomi, che riporto fedelmente: Pink Floyd, Neil Young, Emerson, Lake & Palmer, De André, James Taylor e mia madre in parallelo: Santana, Queen, Battisti, Carole King, Led Zeppelin, “ma mettici pure i Beatles, ti ricordi che ti ho sempre detto che quando è morto John Lennon tu stavi per compiere un anno e io ho pianto tanto quel giorno”.

Riporto tutto questo probabilmente per un senso di dovere verso i miei genitori. Per sentirmi anche un po’ giornalista in questa questione. La metà degli artisti che ho elencato qui sopra non mi sono sconosciuti, ma non sono nemmeno fra quelli che ascolto di più. Adoro Carole King, i Queen e i Pink Floyd, ma il resto, anche se lo associo a qualcosa di famigliare, di trasmesso con affetto, non appartiene ai miei capisaldi.

A differenza della mia generazione (i nati negli anni 70), i miei genitori non hanno evidentemente ricevuto un bagaglio musicale transgenerazionale. Voglio dire, i miei nonni non ho idea di cosa abbiano trasmesso ai loro figli, a parte mia nonna paterna che cantava Nilla Pizzi… Mio papà e mia mamma si sono appropriati delle band che spopolavano in quegli anni ruggenti e con quello ci han cresciuto, a me e mio fratello. Con mia sorella è già diverso, perché eravamo già più grandi noi e c’è stata una sorta di commistione fra i nostri gusti di quel momento e i gusti dei miei genitori, sempreverdi. È in questa epoca che in casa si sono fatti largo i Nirvana, Elio e le Storie Tese, i Red Hot Chili Peppers, i Modena City Ramblers, fra altri.

Dai primi mesi di vita di E. mi sono spesso interrogata sui capisaldi musicali, dei miei genitori e i miei, per cercare di elaborare una lista di brani imprescindibili da trasmettere a lui e sua sorella.
Il modo di vivere la musica però è cambiato moltissimo nel frattempo. L’accesso alle canzoni e l’esposizione a gusti di terzi sono molto diversi dall’uso del mangiadischi dove io inserivo i dischi dello Zecchino d’Oro o del mangiacassette di mio fratello dove ascoltavamo Bob Marley (che i miei non hanno annoverato, però lo ascoltavamo con loro anche in macchina).
Oggigiorno i miei figli hanno orecchio specialmente per il reggaeton invece che per il reggae, creando un divario e un disagio notevole con quello che vorrei che ascoltassero. Sulle canzoni che E. e T. ricordano e che sono abbastanza tamarre hanno influito la scuola (incredibile ma è così), le hits delle vacanze negli hotel che abbiamo frequentato e le radio di fondo in piscine e spiagge varie. Il mezzo con il quale ascoltano musica con noi è principalmente You Tube, oltre alla radio in cucina qualche sera. Noi come genitori stiamo cercando di crescerli senza divieti musicali, ma facendo passare anche la nostra buona musica; E. è anche stato probabilmente uno degli spettatori più piccoli del concerto di Beirut e dei Radiohead al Primavera Sound del 2016 e T. ha assistito nella mia pancia al concerto di Jamiroquai del Cruilla del 2017. È inevitabile però vedere come in ogni generazione confluiscono mode e stili che come genitori non possiamo anticipare, ma nel fondo è proprio questo il suo bello (reggaeton a parte).

Pubblicato in Scorci di noi | Contrassegnato , , , , , , | Lascia un commento

Il dentino ballerino

Son due giorni che mio figlio E. ha un dente che gli balla. È la prima volta che gli succede e anche per noi genitori è la prima volta che affrontiamo un mini dramma di questo genere.
Come spesso succede con le novità, E. sta affrontando questa situazione con un filo di fifonaggine, il che mi ricorda che anche io, quando ero piccola, ero capace di stare anche una settimana intera con il dente attaccato a un millimetro, pur di non vedermi sanguinare le gengive. A nulla valevano le incitazioni di mia madre a toglierlo una buona volta “se no poi lo mandi giù nel sonno”. È più facile a dire che a fare, visto che ieri sera gli dicevamo esattamente la stessa cosa, “ma dai cosa vuoi che sia, dagli un tirone e viene via“. E. si è anche lasciato mettere un filo intorno al dente affinchè suo padre tirasse, ma suo padre era restio e alla fine ha lasciato perdere.

La caduta del primo dentino è uno di quei fatidici momenti che segnano un passaggio nella crescita. Nella classe di E. alcuni bambini hanno già la cosidetta finestrella, perché hanno perso i denti davanti.
Però quando l’altro giorno E. all’uscita da scuola mi ha spiegato che morsicando la mela a mensa aveva sentito che gli ballava il dente, mi son sentita a disagio come quando Warren Beatty doveva annunciare il vincitore del miglior film agli Oscars 2017 e aveva aperto la busta sbagliata. Incredulità e imbarazzo a pacchi. Mio figlio è di novembre, ha messo i denti tardi, li perderà tardi. Ingenua. Ma prontamente e non sapendo quando sarebbe caduto il dente, avevo già avviato l’operazione regalino, avvisando il marito benevolo di comprare un superzing in edicola, di ritorno dal lavoro. Adesso tocca solo aspettare che il dente si stacchi o che lo tiri o che lo perda parlando, mangiando. Insomma qui è tutto pronto.

Scatolina per conservare i denti da latte…

Piccola parentesi sulle tradizioni locali: qui in Spagna i denti da latte si conservano.. Me lo ha ricordato mia cognata, che forse voleva già comprarmi la scatoletta apposita. Ma ho già tanti di quegli oggetti che conservo per ricordo e di cui Marie Kondo o chi per essa più di una volta mi ha spiegato come disfarmene, che conservare i denti dei miei figli, oltre ad essere un filino macabro, è davvero fuori dalla mia portata.

Pubblicato in Scorci di noi | Contrassegnato , , , , , | Lascia un commento

Tempo per tutti

Dopo un post celebrativo sul compleanno con la mia città d’adozione, ho bisogno di un po’ di ulteriore introspezione, ma sul tempo presente, e di molta franchezza.
Le vacanze di Natale sono state vacanze specialmente per i miei figli e per mio marito, che ha staccato la spina dal telelavoro combinato con il lavoro in ufficio (alterna un giorno sì e uno no). Io invece la spina non l’ho proprio staccata e forse comincerò ad abbassare il ritmo in questi prossimi giorni.
Mi sono resa conto, ancora una volta, che la mensa scolastica mi salva davvero le giornate e che senza di essa sono una casalinga disperata. Mi assalgono tutti i crismi della buona madre che è in fondo a me, per preparare menù equilibrati in giorni in cui si pecca parecchio, fra torroni, pandori farciti etc. E poi altri crismi sulla gestione del tempo dei miei figli, visto che se fosse per loro passerebbero pomeriggi interi davanti al televisore, nonostante i tanti regali che hanno ricevuto in queste feste.

Ma anche la gestione del mio tempo è un argomento complicato, perché se mi concentro su di loro, non sto facendo nulla per me e questo è ormai un dato di fatto. C’è stato evidentemente del buon tempo speso tutti assieme, ai giardini quando ancora le temperature erano passabili o a casa, intorno al tavolo per giocare a tombola. Ma queste vacanze hanno rappresentato anche un bilico costante fra “voglio che i miei figli giochino tranquilli e non mi rompano le palle” e “vediamo cosa fare con il mio tempo libero”.
C’è stata una sera in cui magicamente il marito benevolo ed io ci siamo ritrovati senza prole da lavare, impigiamare e mandare a dormire fra molte proteste, as usual. Quella sera è toccato alla cognata, entusiasta e forse ignara di quanto possono essere teppisti i miei due figli se fan combutta. In quel lasso di tempo in cui siamo tornati a vivere una realtà di coppia ormai a noi sconosciuta da cinque anni a sta parte, siamo riusciti a vedere un film e ben tre episodi di due serie diverse (Dispatches from Elsewhere e Dietland), oltre ad ordinare una pizza e mangiarla quasi in un solo boccone, approfittando della mancanza di interruzioni a tavola. Stare sul divano a vedere la televisione non è però l’aspirazione che ho tutti i giorni; d’altronde lo critico per i miei figli e non lo condivido, non sempre, per noi adulti.

Come avevo già spiegato quando i miei genitori mi avevano dato una piattaia che avevo ridipinto, Pinterest è stata la mia fonte di risorse su cosa fare durante il mio tempo libero, che da marzo in poi è stato molto, forse troppo, visto che da allora sono in cassa integrazione. Sono utente e grande fan di questo social network fin dalle sue origini. Fra altre cose, lo considero uno strumento per trovare l’ispirazione e un nuovo uso a molti oggetti che si hanno in casa.
In queste vacanze ho spulciato varie idee su come lavorare a maglia, riuscendo a finire due maglioni, uno per me e uno per E., tutto contento di inaugurarlo al ritorno a scuola. Ho inoltre spettegolato su tutto un filone di gente che cuce abiti per bambole con un’abilità straordinaria o che fa gioielli artigianali a partire da un rotolo di scotch. Ho cercato infine esempi di camerette infantili che fossero funzionali e atemporali, per quando T. dovrà separarsi dal suo lettino in primavera.

Se mi fermo a pensare perché tutta sta smania di riempire il tempo con cose da fare, perché non limitarmi a leggere un buon libro (cosa che faccio, ma ad ore tarde della giornata, in genere con Iole in braccio, già nel letto) o a riordinare la casa, che per questo c’è sempre grande richiesta… ho tante risposte da offrire.
Innanzitutto, ho avuto la necessità di supplire la mancanza di una routine lavorativa con una serie di attività che in qualche modo mi allontanassero dalla pigrizia e dalla sciatteria. Credo si tratti una situazione che per un breve o lungo periodo ha interessato tante persone che come me si sono ritrovate confinate e senza lavoro (ma senza ancora la preoccupazione di cercarne un altro). Alzi la mano chi non ha passato un giorno intero in pigiama pensando “tanto è solo per oggi”.
In primavera avevo quindi deciso di frequentare un corso online SEO SEM, utile per il mio lavoro. Ho poi scelto un corso di catalano per migliorare il mio livello e poter accedere alle prove di livello C. Tutto questo per rimanere produttiva, per mettermi in tasca un po’ più di sapere, anche di sapere fare.

Ma il motivo di fondo che mi spinge a cercare di rimanere sempre occupata è il non pensare. Il non pensare a lungo termine come filosofia di vita, provvisoria, finché la situazione mondiale riprende il giusto verso. Io che sono da sempre una grande sognatrice, glielo diceva a mia madre il mio professore di ginnasio, io che praticamente vivo poco il presente ma tanto il passato e il futuro, ho dovuto ridimensionare i miei pensieri, i miei ricordi e i miei progetti per non soffrire. Principalmente la mancanza della mia famiglia, che nelle feste natalizie si è fatta sentire ancora di più. Quindi, sì: lavoro a maglia, cucino, studio e mi faccio venire la mariekondite per non pensare a quando rivedrò i miei genitori e la mia famiglia tutta. Ho capito che questo è l’unico metodo che mi funziona per cercare di non deprimermi nel frattempo. Ci sarà un tempo per tutti, per ritornare ad ascoltarci da vicino e non solo per videochiamata, per dirci bonariamente sta su da dos invece di abbracciarci stretti stretti perché non ci si vede da tanto tempo, per annoiarci assieme incluso. Ma nel frattempo, tutto questo tempo che passa è un bene prezioso che mi permette di investire su quello che sono, su come posso migliorare e su quello che ancora non so e voglio sapere.
Direi che, senza volerlo, sto cominciando serenamente questo mese di gennaio. Spero di continuare così.

Pubblicato in Come fare | Contrassegnato , , , , , , , | Lascia un commento

L’arrivo, quello vero

Sono seduta in metropolitana, sulla linea gialla, nei vagoni che preferisco, quelli con i sedili neri, gli stessi di quando cominciavo a districarmi per Barcellona, ormai quindici anni fa. Cronologicamente, il mio arrivo a Barcellona avvenne il giorno 11 gennaio 2006.
Il viaggio in nave da Genova durò quasi venti ore e fu una traversata scandita fra la noia di essere una dei pochi passeggeri a bordo e il dolore delle mestruazioni, che fecero capolino fra le mutande appena entrata in cabina.
La partenza, per lo meno mentale, era iniziata qualche mese prima, quando dall’Università mi confermarono di aver vinto un tirocino di tre mesi presso l’Istituto Italiano di Cultura della capitale catalana.
Forse però, la partenza era cominciata quando avevo deciso di studiare lingua e letteratura spagnola all’Università, verso il 1998.
Addirittura, probabilmente la partenza risale all’estate del 1995, quando grazie a un gemellaggio culturale dell’Unione Europea ero entrata in contatto per la prima volta con la lingua spagnola e avevo conosciuto una delegazione andalusa. Messo da parte l’imbarazzo di chi incespica nel formulare frasi con un dizionario tascabile, avevo dovuto fare i conti con la ragazza che avrei voluto diventare da grande, una tipa spigliata, che parla bene le lingue, che viaggia e assapora culture. Quella partenza di gennaio 2006 senza dubbio iniziò con un incontro magico e bellissimo con il mio futuro io.

Mi piace viaggiare in metro. Anche durante questo ultimo anno nel quale tutti ci siamo mossi meno di casa, prendere la metro e attraversare le viscere della città è stata ogni volta un’impressione distinta dei suoi abitanti, dell’umore generale di come vanno le cose. Io che vengo da una città piccola piccola, dove a malapena circolava un bus soltanto e a orari fissi, mi faccio ancora sedurre dai nomi così musicali, così esotici delle fermate: Llacuna, Urquinaona, Maragall.
A volte non ho ancora l’idea delle distanze fra una fermata e l’altra. Certamente non lo sapevo nei miei primi tempi a Barcellona, quando ricordo che viaggiare in metro mi faceva sentire come dentro a un film.
Il giorno del mio arrivo a Barcellona, con gli anni, è diventato il compleanno con la mia città d’adozione, un’occasione che non tutti hanno la possibilità di festeggiare. La maggiorparte delle persone nasce e vive nello stesso posto per tutta la vita, quindi un compleanno così sui generis rappresenta una ricorrenza che il mio carattere malinconico e puntiglioso ha sempre ricordato, ogni anno.

Quella ragazza spensierata, che partì con una valigia di quelle che oggi non si usano più, non avrebbe immaginato che ci sarebbero stati tanti altri arrivi nel frattempo, da quel lontano 11 gennaio 2006.
C’è stato l’arrivo di un contratto di lavoro a tempo indeterminato, un’opportunità che in Italia non mi si era mai presentata; c’è stato l’arrivo devastante e totalizzante del grande amore, quello che ha confermato che vivere a Barcelona era cosa buona e giusta in un momento in cui era ancora facile e indolore riprendere la valigia e tornare a casa; c’è stato l’arrivo di un mutuo e poi di un bimbo, e poi di una bimba.
Ma l’arrivo, quello vero, quello che dovrebbe farmi sentire come un’atleta che raggiunto il traguardo smette di correre, quell’arrivo non avverrà mai. Io non appartengo a questa città, seppur questa città un po’ mi appartenga; mi sento quindi sempre un po’ di passaggio, seppur per esempio stia pagando una casa a metà con mio marito.
Suppongo che per questi e per altri molti motivi che ancora non ho analizzato a fondo, il mio arrivo qui non avverrà mai. Ma intanto scendo, che per lo meno il mio viaggio in metro è finito e sì, sono arrivata.

Pubblicato in Scorci di noi | Contrassegnato , , , , , , , , | Lascia un commento

Cara mamma,

Cara mamma,
Questo Natale come ben sai sarà diverso. Come succede a tante altre persone, non necessariamente expat come me, anche io non ti riabbraccerò, né te né papà, né i miei fratelli e la mia famiglia tutta. E nemmeno i miei bambini, tanto rumorosi e teneri, ti riempiranno la casa di giocattoli, grida e richieste di video di musica tamarra.
Lascio stare il preambolo sulle normative aeree, sulle varie prove richieste e relativi costi, che comunque sarebbe un preambolo da far venire un embolo. In queste circostanze sanitarie il buon senso mi ha fatto accettare che il rivedersi a ogni costo non è appunto sensato, oltre che prudente e sicuro.

È con una certa stizza che l’altro giorno ho deciso di comprare una tovaglia di Natale; dopo quasi quindici anni che vivo qui, è il primo elemento natalizio che compro, esclusi gli addobbi dell’albero. Anfitriona in queste feste lo son sempre stata poco, perché appunto, per motivi logistici non ho quasi mai invitato gente a casa, non per i pranzi o le cene delle feste comandate, magari invece per una merenda nei pomeriggi tutti uguali fra Natale e l’Epifania. Però tu lo sai, mi son sempre comunque data da fare nei miei soggiorni natalizi italiani, cappelletti con le zie, tiramisù a grande richiesta, crostate varie.

Ma questo Natale è il primo in quarantun’anni in cui mi ritrovo a cucinare tutto un menù da sola ed è inevitabile pensarti, ricordarti a volte di fretta, di corsa al super perché mancava sempre qualcosa.
Il marito benevolo è sempre stato un sostenitore della cucina di sopravvivenza, quindi il suo contributo più grande sarebbe una pasta al tonno e pomodoro, il che, convieni, non è proprio il caso. La nostalgia per te, che durante queste feste sarà ancora più forte, si tramuterà in un pranzo godereccio e casereccio che sono sicura, apprezzeresti moltissimo.

E poi, da quando al Mercadona hanno anche la ricotta, mi sento davvero a mio agio per le preparazioni culinarie. Così, ho pensato che per il pranzo di Natale imbastirò degli antipasti di affettati misti; delle tartine degne dei migliori anni ottanta; le lasagne della Barilla (trovate in extremis oggi) con ragù e besciamella fatti da me; la crema del tiramisù servita con il pandoro (Bauli, anche quello trovato oggi in un negozio di delicatessen); caffè e torroni vari. In forse ho una torta con ricotta e mascarpone, che credo me la riservo per l’ultimo dell’anno.
Diciamo che sto coronavirus è, da marzo, il rodaggio per fare davvero le cose alla grande per il prossimo Natale. Mamma contaci come ci conto io. Sei per tante cose la mia più grande fonte di ispirazione.

*foto di copertina della crostata che ho preparato per il mio compleanno, la settimana scorsa

Pubblicato in Come fare | Contrassegnato , , , , , , , | 1 commento

Quella bambina

A quella bambina a cui piaceva disegnare, ma che era negata a delineare bene il tratto delle mani e che sulle scarpe aveva sempre molti dubbi di modelli e colori, vorrei poter rispondere che sì, crescendo alcune risposte a strane, fatidiche e stravaganti domande si riescono ad ottenere.

Iniziando dal disegno delle mani, la risposta non è arrivata per tanto tempo, nascondendo le mani dietro la schiena, disegnando cestini, bacchette magiche e secchielli che venivano sostenuti in modo da raffigurare manine più piccole, nell’atto di essere chiuse e trasportare qualcosa, senza lasciarle aperte, alla pubblica vergogna di non saper rappresentarle.
Morale della favola, se non hai la risposta, cerca qualcosa per inventarti una soluzione. A quella bambina che è ancora dentro di me e che grida ricordi quotidianamente, ragionare su questa soluzione non l’aiuta perché vorrebbe progredire nei tratti del disegno ma il tempo per applicarsi è sempre poco, è sempre meno.

Proseguendo con il disegno dei piedi (e delle scarpe), le soluzioni di quella bambina sono state ancora più scarse, prediligendo comunque il marrone per le scarpe invernali e le ballerine per le figure famminili. C’è stato un momento in cui, a differenza di disegnare mani, i piedi non sono stati più così indispensabili e non ci sono stati né progressi né cammufflaggi.
Morale della favola, se non sai la risposta, ometti qualsiasi alternativa possibile alla soluzione. La soluzione non c’è e non si vede.

A quella bambina la disturbavano certe realtà. Sua madre indossava una felpa rosa a maniche corte, della marca Think Pink. Come poteva esistere la possibilità di avere freddo per volersi mettere una felpa, ma senza coprirsi bene le braccia? Ma erano gli anni 80, non c’era risposta per domande così.

A quella bambina non piaceva mangiare alcune cose. Lo faceva a volte obbligata, a volte ricattata e a volte con delle spiegazioni che finivano sempre descrivendo bambini africani magrissimi. Suo padre si arrabbiava e lei, paziente, mangiava i fagiolini avvolgendoli in un bel pezzetto di pane, tappandosi il naso e bevendo acqua dopo ogni boccone. Il fatto che lei mangiasse però non aiutava di certo a che anche i bambini africani potessero nutrirsi e quella domanda, “perché devo mangiare mentre altri bambini muoiono di fame?”, quella domanda è sempre rimasta senza risposta. E non è una questione solo degli anni 80.

Quella bambina a cui piaceva giocare con le Barbie, la domanda “Mi comprate una casa della Barbie?” la formulò tardi e dopo anni giocando ai naufragi. Le Barbie di cui disponeva viaggiavano su una barca, che in realtà era la culla di legno dei bisnonni trentini, naufragavano su un’isola deserta e si costruivano una capanna sull’albero, che in realtà era uno zainetto appeso a una sedia. La casa delle Barbie arrivò nella fase in cui la sorella di un anno iniziava a camminare e durò quel che durò…

A quella bambina, credere in Babbo Natale le dava una forza e una sicurezza che, nel piccolo mondo che conosceva, rappresentava un punto fermo di bontà. La domanda, o meglio il dubbio, che Babbo Natale non esistesse non l’aveva mai sfiorata, ma suo fratello era uno sgamato e, di colpo, un giorno glielo disse. Mentre tutti ridevano dell’accaduto -apprenderlo dal fratello più piccolo, che disdetta- lei quel giorno cominciò a invecchiare, a sentirsi malinconica e fuori posto e a remare un po’ di più controcorrente.

Quella bambina ogni tanto ancora oggi ha la meglio su quel che faccio durante la giornata e, anche se ingenuona e arrendevole, è stata capace di farmi vivere di fantasie, di naufragi, di pazienze infinite, di testardaggine a oltranza.
Oggi non mangio più i fagiolini, ma adoro mangiare in generale e ciclicamente riprovo a disegnare i piedi, meglio senza scarpe.

Il mio piede sinistro, vent’anni fa
Pubblicato in Scorci di noi | Contrassegnato , , , , , , , | Lascia un commento

Un tronco che caga regali

Mi sono ritrovata in questi giorni a rispettare un secondo confinamento preventivo, praticamente a distanza di un mese da quello che ci sorprese come un brutto scherzetto post Halloween. Questa volta, la classe implicata è quella di E., che si è sottoposto a tampone, come tutti i suoi compagni, maestra compresa. Fino a saperne il risultato, anche sua sorella T. è dovuta stare in casa per precauzione.
Tre allegre giornate in cui i bambini sono rimasti sopra di me per gran parte del tempo, come se fossi un tappetino da palestra… Giornate in cui il marito telelavorava come poteva, con in sottofondo i cartoni animati, le grida in corridoio e la macchina telecomandata dei Transformers nel suo personale circuito di Monte Carlo intorno al tavolo da pranzo.

Per rompere questa routine ormai conosciuta (e detestata), ho deciso di tirare fuori dallo sgabuzzino gli addobbi di Natale.
In genere, mettiamo una calza decorativa sulla porta e allestiamo l’albero con palline argentate e dorate, comprate quando E. era già nato. Prima di allora, lo spirito natalizio di questa casa si condensava in un minialberello di Natale al quale appendevamo delle pinze argentate e dorate che hanno all’estremità delle forme di stelle e cuori. Quando sono nati i bambini abbiamo optato per qualcosa di più voluminoso, più per il loro piacere che per il nostro. Le pinze sono rimaste un nostro fedele alleato quando ci siamo resi conto che con i gatti era meglio ancorare gli addobbi e non indurli in tentazione. Di presepi, invece, non ne abbiamo e non è una cosa che ci manchi.

Ad aprile, in pieno lockdown, arrivando tardi per le decorazioni di Pasqua mi era ben venuto in mente di decorare delle palline ritagliate dal cartone della pasta e dei biscotti, per far sì che quest’anno il nostro albero avesse anche delle decorazioni di vari colori e soprattutto fatte a mano da noi. Quindi in questi giorni abbiamo appeso anche queste palline al nostro albero, che ne hanno un po’ rotto l’eleganza ma lo hanno sicuramente fatto più a misura di bimbi.

Fin qui, le decorazioni che a un occhio italiano sono più che avvezze. Da qui in avanti mi tocca il difficile compito di spiegare che cos’è quel tronchetto felice che ride furbetto sotto l’albero.

Il Tió e sulla sinistra, la sua autobiografia.
Sulla destra una pallina per Aigor, uno dei nostri gatti.

Si tratta di un oggetto catalano tradizionale di queste feste, il Tió de Nadal, che non può mancare nelle case e nelle scuole e che diventa il protagonista della notte del 24 dicembre. Dopo giorni in cui i bambini gli danno da mangiare frutta, biscotti o quello che trovano, è il momento di fargli cagare regali o dolciumi, a suon di bastonate!
Oltre ad essere un argomento scatologico, a me ha sempre colpito l’atto violento di per sè di pretendere dei regali bastonandolo. Ma così è… Prima i bambini se ne prendono cura e si preoccupano che non prenda freddo e che sia ben alimentato, poi, cantando, lo bastonano affinchè caghi i regali che il suo magico apparato digerente ha prodotto a base di quello con cui è stato alimentato.
Ovviamente i miei figli ultimamente non hanno occhi che per lui. Ogni mattina E. si preoccupa di portargli la colazione, che poi in un momento di distrazione il Tió divora riconoscente. Mi sono intenerita quando oggi il marito benevolo andava a comprare ed E. gli ha gridato dall’altra stanza “Papà compra frutta per il Tió!”.

Il nostro è un Tió davvero piccolo, chi ha la fortuna di vivere in campagna o di avere un giardino, riesce ad avere dei tió di un metro, che evidentemente cagano anche macchine decappotabili di Barbie, dei Playmobil e forse anche di James Bond.
Essendo il primo Natale che passeremo per intero in casa nostra, non ho ancora capito come faremo a nascondere sotto quella copertina quell’asciugamano tutti i regali che ancora dobbiamo comprare… La cosa positiva è che il Tió e Babbo Natale convivono senza problemi, quindi credo che opteremo per nascondere qualche caramella sotto quel simpatico tronchetto e il resto lo lasceremo lì intorno. Magari invece di prenderlo a bastonate, gli faremo qualche carezzina, ma temo mi dicano dalla regia che facendo così non si rispettino le tradizioni…

Pubblicato in Scorci di noi | Contrassegnato , , , , , , , | Lascia un commento

Realtà metropolitane

Mattino, orario non di punta. Un ragazzo entra nel vagone della metropolitana dove io sto viaggiando in piedi. La distanza di sicurezza non è proprio rispettata, ma la gente cerca di sedersi un posto sì e uno no, perciò io preferisco stare in piedi. Il tipo si accomoda e tira fuori da uno zainetto un’agenda, dove comincia a scrivere.
Io, che sono una grande osservatrice, una scena così, in mezzo a tante persone soffocando ognuna nella sua maschierina e smanettando ognuna con il suo cellulare, la apprezzo molto. Non sono l’unica, perché, senza volerlo, questo gesto così arcaico, scrivere, usare un’agenda, concentrarsi, ha richiamato l’attenzione di qualche altro passeggero, risvegliatosi dal torpore delle sue vicende telematiche.
Chissà cosa sta scrivendo di così urgente, questo ragazzo sulla sua agenda. Non ci è dato sapere. Il distanziamento sociale ci impedisce di allungare dissimulatamente il collo, i nostri sguardi con la coda dell’occhio arriverebbero a mala pena a intravedergli le scarpe, ma non a decifrare il contenuto dei suoi geroglifici.

In epoca covid, la gente è ancora curiosa, ma timorosa. Non si sbirciano più le chat su What’sApp dei vicini di posto. Non ci si appropria più della copia del quotidiano gratis che nel metro viene distribuito ancora, ma che ormai ha assunto un significato ancora più vergognoso di usa e getta.

Lontani sono i tempi in cui ci si parlava amabilmente fra sconosciuti. Quando ero incinta, sono spesso stata abbordata da signore anziane, da giovani impiccioni e da persone in generale gentili che mi hanno sempre ceduto il posto, interessandosi per la mia salute.
Non so se con il tempo ho fatto di necessità, virtù, ma viaggiare in metro mi piace, ha spesso messo a confronto il mio provincialismo con tante realtà ovvie o inimmaginabili. La vecchia questuante che si finge cieca; quei donnoni africani coi vestiti sgargianti; il gitano che piange perché es triste pedir, pero es más triste robar; una coppia di ciechi, veri, con un bimbo di qualche mese nel foulard portabebé; qualche punkabbestia italiana, anch’essa questuante; quel yuppie snobbissimo che si afferrava alla sbarra con un fazzoletto in mano; le famiglie latinoamericane eleganti di tutto punto e impomatate, che vengono da messa il fine settimana. Storie di miseria, di superazione, di limiti.

Il mio sguardo critico e tenero continua a osservare tutte queste realtà, ma il clima di fondo è un po’ più deprimente. Per tirarmi su, decido di continuare il mio tragitto in metro osservando la gente del trasporto pubblico di Devon Rodríguez, un artista scoperto per caso, che ritratta altre realtà da metro, nel suo caso New York.

Pubblicato in Luoghi | Contrassegnato , , , , , | Lascia un commento

Scuole chiuse per la guerra

La scorsa estate, nella mia ultima visita in Italia, mi sono imbattuta in un reperto direi quasi archeologico: il libretto scolastico di mio nonno paterno, nato nell’Impero austro-ungarico pochi anni prima della prima guerra mondiale. Un libretto piccolo e per niente sgualcito, nonostante abbia più di cent’anni, con le paginette diligentemente scritte in una calligrafia antica. Mi spiace moltissimo non aver fatto nessuna foto. Con tenerezza, ho appreso che mio nonno era bravo a scuola, finché la scuola è durata. In alcuni anni scolastici, la bella calligrafia della sua maestra ha appuntato la seguente frase, letta e riletta con sgomento e consapevolezza: “Scuole chiuse per la guerra”.

Leggo sui quotidiani italiani le proteste degli studenti che vorrebbero tornare a fare lezioni a scuola. Questa nuova didattica a distanza sta generando malessere e proteste praticamente in tutte le regioni italiane. Addirittura ci sono stati casi di studenti che hanno fatto lezione in cortile, costituendo presidi didattici, mentre gli altri compagni seguivano la spiegazione a distanza.

Anche noi, nel nostro piccolo, siamo passati per l’esperienza della didattica a distanza. Dopo essere sopravvissuti indenni allo scorso anno scolastico, siamo stati catapultati nelle fantomatiche lezioni online per via di un contagio nella classe di T., che, ricordo, ha appena compiuto tre anni. Abbiamo comunque seguito le lezioni con un certo sollievo perché il programma scolastico del primo anno di scuola dell’infanzia è, per così dire… molto adattabile. Nelle due settimane di confinamento che T. ha trascorso senza mai protestare, ha imparato ad attaccare adesivi in modo da formare la figura di un albero, ha realizzato una figurina con il pongo (utile nel caso voglia incaricarle una bambolina voodoo), ha ripassato con la maestra e i compagni i nomi dei colori in catalano. Il suo comportamento davanti alla tablet all’inizio è stato diffidente, ma con il passare dei giorni si è ambientata e ha interagito bene con la maestra.
La settimana scorsa T. ha ripreso a frequentare la scuola tutta contenta e anche se non ha fatto vedere che in casa si stesse annoiando o fosse triste, credo che sia stata per lei una bella sensazione ritrovare i compagni e riprendere la sua routine insieme a loro.

Riporto questi tre esempi per riflettere sul significato di luogo di aggregazione della scuola. Nel caso di mio nonno credo che fosse più che evidente che il primo conflitto mondiale in una zona di confine come il Trentino non garantiva un regolare svolgimento delle lezioni. La guerra si vede, si sente, si ascolta e inoltre cambia, distrugge, sconvolge paesaggi e persone.
Per gli adolescenti contemporanei, la scuola è un luogo di formazione e di sapere ma è anche un luogo di ritrovo, non è vero che tutto passa attraverso Facebook, Tik Tok etc. La scuola è partecipazione, è ridere con gli insegnanti, è ascolare attenti storie che non pensavi ti entrassero così dentro. Tutte situazioni che con la didattica a distanza perdono un po’ la loro verve, il loro contesto collettivo.
Nel caso di T., che è stata la prima della nostra famiglia a sottoporsi a un tampone ed è stata la prima a seguire le lezioni online dall’alto dei suoi tre anni compiuti in confinamento, beh che dire… Lei probabilmente non si ricorderà di niente da adulta, ma mi ha dato una grande lezione: ha saputo adattarsi ai tempi che cambiano meglio di come avrei pensato.

Pubblicato in Scorci di noi | Contrassegnato , , , , | Lascia un commento

Giorni casalunghi

Pensieri, pensieri sparsi in giorni molto casalinghi. Giorni tutti uguali in casa, lenti e un po’ noiosi che diventano un po’ anche giorni casalunghi.

Gioire per ricordarsi che la lavatrice ha la funzione “interrompi programma”, perché è sempre una costante di questa famiglia, una volta in marcia il ciclo di lavaggio, faccio la ronda per casa e trovo ancora un paio di capi che sì, meglio lavarli con il resto della roba. Ma che genialata sta funzione, mi sento un po’ sborona con una felicità così tecnica.
Allo stesso modo incazzarsi, incazzarsi come se non ci fosse un domani e avere in mente tre incipit diversi (due in spagnolo e uno in catalano) per una mail alla maestra di E. per risultare abbastanza convincente, dopo che per due volte consecutive la sua maglietta con la jeep non viene pulita. Dice che per il covid non si può portare più il grembiule a scuola. Come se lo avessero tenuto sempre addosso… Maestra mettiglielo quando pitturano, quando si credono dei grafiters o delle crocchette che invece che girarsi nel pan grattato, si rigirano nei famosi colori atossici a base di pigmenti naturali che macchiano peggio della candeggina.

Programmare prima di andare a dormire una routine degna delle youtuber più menabelino con lo stile di vita sano. Dai che ce la fo, da domani ricomincio con la colazione con la frutta e i cereali e il latte di soia, poi quando torno da portare i bambini a scuola rimango un po’ nel parco nuovo che hanno fatto, che ci hanno messo degli strumenti fighissimi per fare ginnastica e in fondo alle 9:30 si sta già bene e ci dà il sole. Dai che un’oretta la passiamo così e poi un po’ di esercizi di catalano e in un momento si fa l’ora di pranzo.
Invece, seguire l’istinto cioccolatoso, quella voglia che mi prende ancora addormentata, forse sonnambula, e spalmare di Pralinutta due fette biscottate (integrali e light) e spararci dietro un bel tè verde, vestirsi nella versione meno casual degli ultimi tempi (un jeans e un maglione a dolcevita) perché sono stanca di andare in giro come mi vesto per stare in casa e poi, senza bambini fra i piedi, maratona di documentari di Amazon Prime fino all’arrivo di Iole in grembo.

Procrastinare il momento di alzarsi per non voler disturbarla, è così bella sta gattina sulla mia pancia e mi trasmette tanta calma, che mi rimane la mente in bianco e alla fine, per non voler svegliarla, mi addormento un po’ anche io. Non so quanto, ma che pace. Poi dopo pranzo, fare la spesa, mettere un po’ a posto casa, andare a riprendere i bimbi a scuola. Niente merenda per me, penso, che la Pralinutta di stamane vale per i capricci di tutta la giornata, ma se T. non finisce il biscotto lo mangio io, se E. lascia mezza banana, mica si butta.
Lavorare a maglia con i cartoni in sottofondo o con le pacifiche chiacchiere dei miei discendenti (a volte i miracoli accadono) mentre giocano coi Playmobil. Disfare un maglione che avevo già assembrato perché mi è venuto in mente che posso farlo meglio, togliendoci 10 giri e alzando il colletto, per esempio. Mi dovevano chiamare Penelope, lavoro senza schemi e disfo e rifaccio senza annoiarmi mai.

… E anche sta cena ce la siamo levati dai coglioni. È durante il dopocena che ultimamente ripenso agli anni del liceo, quando questo era il momento in cui riprendevo in mano i libri per finire di ripassare le lezioni per il giorno dopo. Mi invade un senso di pace, di soddisfazione di non essere più dentro quel circolo vizioso, adesso mi tocca lavare bambini poco collaborativi ma una volta impigiamati e addormentati, ho davanti ancora un paio di ore, nelle quali o vedo un po’ di tv, o leggo o penso ad altri programmi salutistici per l’indomani. Potrei fare quei biscotti con il farro, andare in quella botteguccia a comprare il tè matcha, riprendere in mano l’uncinetto (che mi sto dimenticando come funziona), chiamare V. per andare a camminare assieme così ci svaghiamo un po’.

Ma in fondo meglio non fare programmi. Domani ci sarà sicuramente qualche altro imprevisto, qualche altra variante nei miei giorni casalunghi che mi farà comunque passare un’altra piena giornata.

Pubblicato in Scorci di noi | Contrassegnato , , , , , , , | Lascia un commento