Una festa in sordina

Era ieri la festa della mamma in Italia. Qui lo è stato il fine settimana precedente. Ormai da quando sono mamma l’ho imparato, qui si festeggia sempre la settimana prima, in concreto in Spagna cade nella prima domenica di maggio, in Italia la seconda. Un po’ per la distanza e un po’ perché penso di aver raggiunto il mio meglio grazie ai lavoretti svolti tra gli anni della scuola materna e la prima o seconda elementare, sono anni che per questa festa non regalo niente alla mia mamma.
Ma in compenso ci pensa E. a farmi disegnetti e sghiribizzi per ricordarmi ogni giorno il suo amore. Aggiungo che per fortuna qui a scuola i lavoretti per la festa del papà e della mamma non si fanno, si fanno solo per Natale e Sant Jordi.

Non importa quanti regali io debba a mia madre, perché non c’è giorno che non la pensi, che non mi vengano in mente alcune sue frasi, alcuni aneddoti divertenti, che l’hanno resa sempre il sole gravitazionale della nostra famiglia. Senza volerlo questo suo atteggiamento mi ha ispirato e mi è stato inculcato per affrontare il mondo dei miei bambini, spesso ricco di paure o di grandi problemi, che si risolvono se li aiuto a sdrammatizzare tutto, proprio come faceva lei con noi. E dire che comunque ho capito con gli anni che mia madre è una persona ansiosa, che crede ciecamente nelle Leggi di Murphy, ma da piccola mica lo vedevo.

Anni come giorni son volati via
Brevi fotogrammi o treni in galleria…

Tre frasi che mi diceva sempre mia mamma
1- “Tornassi indietro farei un allevamento di conigli che danno più soddisfazioni”. Frase che si commenta da sè, detta quando la facevamo arrabbiare.
Ma anche istruzioni più semplici come
2- “Guarda dove vai e dove metti i piedi” allo stesso tempo di
3- “Cammina a testa alta e guarda avanti”…
Su queste due c’è uno spiegone dietro che rimonta a quando avevo circa due anni e scivolai su un gelato al cioccolato. Mia madre sostiene ancora adesso che se fosse stata una cacca di cane mi avrebbe lasciato lì. Il fatto è che da sempre sono sgraziata nei movimenti, tolgo la scarpa alla persona che mi cammina davanti pestando il suo tallone, inciampo, cado, pesto cacche… Mia madre me lo ripeteva per evitare ulteriori incidenti, ma tanto succedevano lo stesso. Al contempo mi invitava a camminare a testa alta, suppongo che per dare un certo decoro alla mia forma spilungona, ma era inutile, se dovevo guardare per terra!

Tre situazioni comiche di mia mamma
1- A casa di una nostra zia, stava parlando seduta con le gambe accavallate e muovendo la gamba sopra, quando sul più bello del discorso le parte la scarpa, che vola sul soffitto.
2- Primi anni 90, ospite a cena un’amica di mio fratello, mia madre che aveva da poco scoperto gli yogurt della Milbona del Lidl (siamo fan dalla notte dei tempi) le chiede se ne vuole uno per dolce e per decantarne la compattezza, lo capovolge, aperto, in aria. Aveva già fatto altre volte questo esperimento, ma con l’invitata lo yogurt cade tutto sul tavolo.
3- Un giorno in 5ª elementare mi sveglia di fretta e mi dice che si è addormentata, di vestirmi veloce e di comprarmi la colazione in panetteria, perché non c’è tempo per farla. Credo che fosse il lunedì dopo il cambio d’ora legale, perché mi vesto in fretta e furia ma quando scendo in strada la panetteria è ancora chiusa. Mi aveva svegliato un’ora prima!

Ancora una volta, per la pandemia e per la distanza, questa festa passa in sordina, come tutte le altre. Ma spero presto di poterla riabbracciare perché tutte e due abbiamo bisogno di raccontarcene altre e di ridere un po’.

Pubblicato in Scorci di noi | Contrassegnato , , , , | 1 commento

Qualcosa su Shtisel, senza spoilers

In questi giorni ho finito di vedere la terza e ultima stagione di “Shtisel”, una serie israeliana fra le proposte più originali di Netflix. Avevo iniziato a vederla dopo essere incappata quasi per caso in “Unorthodox”, anche se l’approccio alle comunità ebree ortodosse è completamente opposto.
Il successo di queste serie così culturalmente lontane dalla nostra vita è stato dibattuto in termini molto specifici su vari blog, articoli d’opinione e un delicatissimo podcast, ma in sostanza è evidente che chi ha voluto seguire una serie in ebreo e yiddish con sottotitoli è perché non ha percepito la lingua come un ostacolo, dando il giusto peso ad altri fattori più significativi, a partire dalla trama, così atemporale, così comune a tante altre storie di superazione rappresentata su uno scenario, quello della comunità ebrea ortodossa di Gerusalemme, che la rende ancora più particolare.

Faccio un breve riassunto cercando di tralasciare gli spoilers. Shtisel è il cognome di una famiglia di ebrei ortodossi, il cui capostipite è un rabbino di nome Shulem. Nella maggiorparte dei casi, gli ebrei ortodossi passano le giornate studiando i testi sacri, mentre le donne possono lavorare, anche se in genere hanno non meno di tre o quattro figli a testa, quindi chapeau se riescono a fare tutto! In contrapposizione a Shulem, il padre, c’è il figlio Akiva (per altro un bel ragazzo anche nel costume di scena, che lo cammuffa un po’) che rapppresenta il punto di rottura di tante tradizioni che la famiglia ha sempre rispettato senza questionare. È proprio in questo scontro generazionale e nei tentativi di mantenere a bada le innovazioni e intatte le tradizioni che si srotolano le vicende degli innumerevoli personaggi di questa famiglia.

Michael Aloni, l’attore nei panni di Akiva Shtisel e in borghese

In mezzo a tutto ciò osservo come appena sbarcata da un altro pianeta, usi e costumi nemmeno troppo evidenti o sui quali comunque la regia non si sofferma con speciale attenzione. Scopro così che quando si entra nella casa di qualcuno si bacia con la mano lo stipite della porta d’ingresso e se ci si riunisce fra persone non congiunte di diverso sesso, non si chiude la porta, ma la si accosta. Osservo con una certa curiosità le camicie smanicate bianche che gli uomini indossano sopra il pigiama, i letti individuali in qualsiasi camera matrimoniale, le parrucche e le cuffie alle quali ricorrono le donne per non poter far crescere i capelli, considerati un simbolo di immodestia.
E poi ancora i matrimoni combinati, che sono indiscutibile decisione spesso ma non sempre accertata di buffi sensali.
La difficile emancipazione della donna evidente eppure arrendevole nel carattere forte di tutti i personaggi femminili della serie.
L’arte considerata come elemento frivolo, inconcreto, con il quale è impossibile sostenersi (mentre invece -aggiungio io- oscillare tutto il giorno davanti alla Tora è qualcosa di più concreto).
E per finire le benedizioni e gli intercalari che richiamano sempre la presenza di Dio e il suo consenso, incluso prima di bere un bicchiere d’acqua, Baruj HaShem.

Di “Shtisel” non spicca la fotografia, un aspetto che io valoro molto nelle serie a cui mi appassiono. Della serie “Dark” ricordo che furono proprio la fotografia e la scenografia due elementi chiave per addentrarsi meglio nelle epoche trattate, crando differenti atmosfere secondo i contesti.
In “Shtisel” invece la maggiorparte delle scene sono girate in interni e a me hanno trasmesso un certo senso di oppressione, visto che si tratta di appartamenti piccoli e sovraffollati, le cui stanze semplici nell’intonaco bianco, mostrano alcuni elementi decorativi al limite del ridicolo (le sedie ricoperte di plastica, la tela cerata anche sul tavolo della sala da pranzo). I protagonisti sono spesso ritratti cucinando e consumando pasti frugali come una crêpe al comino, degustando succhi appena spremuti, gazzose o vini spumosi. È poi tratteggiata con una certa comicità la passione di Shulem verso certi piatti, specialmente torte e dolci in generale. Quasi a considerare che in una vita dove le regole della loro comunità sono le stesse da generazioni, conltivare un certo senso di individualità è difficile e le poche gioie terrene vanno assaporate come brevi bocconi di una grande specialità.

Pubblicato in Internet | Contrassegnato , , , , , | Lascia un commento

Deliri del non sonno

Non è insonnia, perché mi addormento. Ma se mi sveglio, non mi riaddormento più. Il mio udito non smette di farmi notare quei piccoli impercettibili rumori della casa, più in là del marito benevolo che russa pianino, c’è un gatto che si rigira in fondo ai miei piedi per ritrovare la posizione perfetta, più in là del gatto, c’è un bambino che mugugna ancora un po’ nel sonno, più in là c’è il frigorifero che ogni tanto emette qualche borbottio, più in là, ormai giù in strada, c’è il camion della pattumiera. Forse finalmente mi riaddormento ma sogno di essere sveglia. Il colmo.

In genere succede verso le cinque del mattino, complice un bimbo che grida qualcosa di incomprensibile o una bimba che da sola si è riaccesa il carillon più odiato del mondo per riprendere sonno, togliendomi il mio. Conoscendomi, so che da quel momento il tentativo di tornare fra le braccia di Morfeo sarà sempre vano.

È in questo momento di comodo disagio, che ripasso il mio rituale per addormentarmi. Scendo dal letto e rimbocco bene le coperte lungo tutto il fianco del materasso, poi scopro il marito per tornare dentro nella mia parte del talamo, che non ha più una stropicciatura. Cambio posizione alcune volte e comincio a essere presa da dubbi ridicoli e domande poco importanti. Quelle domande le cui risposte a quell’ora dell’alba non è utile sapere.

Chi ha il naso aquilino ci è nato così? O, se il naso cresce come le orecchie, a che età decide di storgersi?
Quale sarà il mese dell’anno con più nascite al mondo? Potrebbe essere diverso secondo l’emisfero?
Perché quando mangio del cioccolato mi sudano il naso e le guance?
Come vesto domani i miei bimbi? La felpa grigia di T. è da lavare, domani devo fare la lavatrice ma il marito avrà messo la lavastoviglie? Non si sente il rumore, a quest’ora avrà già finito il programma di lavaggio. Vado a vedere un momentino e intanto faccio pipì.

E via, si ricomincia dal rimbocco coperte per divagare ancora un po’ con la mente creativa e perplessa. Sono le sette, suona la sveglia e son due ore che son stanca.

Pubblicato in Scorci di noi | Contrassegnato , , | 3 commenti

Periferia dell’anima

L’altro giorno sono stata in periferia. Periferia vera, mica come il mio quartieruccio che, anche se lontano dal centro, è ben servito di tutto e ha anche le sue due o tre vie commerciali. Ho visto quella periferia ricca di clichés, con i terreni abbandonati fra palazzo e palazzo, con i cartelli dove si indica la costruzione del prossimo edificio di case popolari, con i lavori in corso alle rotonde deserte, coi manifesti divelti di concertini in centri sociali o di servizio taxi dal nome rivendicativo (Taxis Anarquia), con raccolte indumenti in parrocchie dove anche il santo è operaio (Sant Josep Obrer). Quei quartieri di periferia dove le case sono poche e vecchie e i palazzi sono tanti e brutti.

Ci sono andata camminando con l’mp3 che sparava canzoni d’annata, ma se ci ripenso ricordo solo un grande silenzio. Qualche dialogo in arabo di gente passando veloce, ma soprattutto cemento e nuvole grigie all’orizzonte. Eppure è tutto uguale anche lì, le mutande stese per pudore nell’interno dei balconi, una mamma che esce dal supermercato con una cassa da sei bottiglie d’acqua dentro al passeggino, le persone in fila che ritirano soldi all’unico bancomat in vari chilometri, un vecchio che scatarra per terra in un fragore di colpi di tosse…

Ci sono andata per assistere alla presentazione del libro autopubblicato dei miei ex compagni di un corso di scrittura creativa. L’evento si è tenuto nel centro culturale di fronte a la Casa de l’Aigua, un edificio di valore storico, risalente al 1917.

Una cosa bella alla periferia di Barcelona,
la Casa de l’Aigua

Mentre camminavo mi è tornata quella sensazione di bruttura che mi aveva preso quando da piccola mi trasferii dal centro della mia ridente cittadina alla periferia. Allora era una di quelle periferie che non aveva niente, solo tanti palazzoni e poi la ferrovia e l’aperta campagna; la farmacia e la cartolibreria più vicine erano a un paio di chilometri verso il centro, c’era una latteria nella via dietro casa e per il resto ci si doveva arrangiare con la macchina o la bici.
A distanza di trent’anni, quella periferia tortonese ha tutto, fin troppo; centri commerciali, Iper, McDonald’s, cinema multisala… E la sensazione di bruttura, paradossalmente, non c’è più. Quando si è vissuto in un posto lo si fa bello ai nostri occhi.

Pubblicato in Luoghi | Contrassegnato , , , | Lascia un commento

Autonomia culinaria

Salvo una particolare rivisitazione del cous cous a sei mani con C. e M. al liceo, ho iniziato a cucinare seriamente all’università. Al liceo scaldavo piatti che mi lasciava mia madre quando tornavo e lei stava lavorando. Ma scaldare piatti non conta, anche se è stato con il virtuosismo di averlo fatto senza il microonde, un elettrodomestico che ho scoperto solo qui in Spagna, cioè dopo il 2006.

Quando studiavo l’ultimo anno di Lingue e Letterature a Genova, mi assegnarono un alloggio da condividere con altri studenti come parte della borsa di studio per i fuori sede. È proprio in quell’appartamento nei caruggi che ho cominciato a sviluppare i miei personali gusti gastronomici. Anche se riconosco che la mia esperienza come cuoca partì in sordina perché per giorni interi avrei potuto alimentarmi solamente di focaccia, di quell’epoca ricordo le lenticchie con aglio e curry (piatto forte della mia cosidetta cucina di sopravvivenza). E l’adorata salsa di noci, che compravo per condimentare la pasta.
La mia compagna di stanza S. aveva la dispensa piena di tè. Io ero già abbastanza appassionata di tè e tisane varie, ma con lei feci proprio un master.
Il nostro vicino di sopra poi, il cosidetto Mansardo, faceva delle lasagne buonissime e mi rifocillava di pecorino, pane carasau e mirto casalingo, tutte cose che io, piemontesona dell’entroterra, non avevo mai provato prima.

Suppongo che l’arte di cucinare è una predisposizione del carattere che attinge la sua ispirazione da chi sa conquistarci anche con qualcosa di così semplice come pane e formaggio. Dall’univesità in poi, ho conosciuto tante persone che hanno contribuito con alcune loro specialità ad affinare il mio gusto, mentre in molti casi sono stata proprio io che ho scelto di fare di necessità virtù, per supplire alla mancanza delle ricette della mamma o più in generale della tradizione italiana. Credo che tutto questo processo possa definirsi una sorta di autonomia culinaria, una consapevolezza di sapere fino a dove ognuno di noi può spingersi in gastronomia e produrre dei buoni risultati.

I miei cavalli di battaglia sono rimasti gli stessi di quando iniziai a cucinare, sia per diletto che per necessità. Quindi oltre alle lenticchie con l’aglio e il curry, la pasta fresca e la pizza, in questa lista annovero molti dolci, come il tiramisù e la crostata di cioccolato. La pandemia ha fatto in modo che mi avventurassi nella sperimentazione di preparazioni più elaborate. Fra le altre cose, sono stata anche io presa dall’angoscia di non trovare lievito fresco al supermercato!

Che mondo sarebbe senza focacccia?
Focaccia con olive, ottobre 2020

I miei gusti comunque sono cambiati con gli anni e con le persone con le quali sono entrata in contatto.
Non riesco più a vedere un uovo fritto senza pensare al mio amico, ex coinquilino, E.S. che era solito cenare un uovo fritto e un filetto di pollo tutte le sere.
Non posso fare a meno di sorridere quando cucino il risotto con la zucca, perché è stato il primo piatto che ho preparato al marito benevolo, molto apprezzato.
La mia cara amica E.M. mi ha conosciuta mentre cucinavo dei biscotti. La prima volta che ho visto cucinare del tofu è stata a casa del mio amico E.B. a quell’epoca vegetariano sperimentato, oggi vegano. E la prima volta che ho visto preparare un brownie di cioccolato dalla mia amica E.A. andava tutto liscio finché non ci ha messo del sale invece che dello zucchero… E che dire poi della focaccia umbra che portava a Barcelona la mia amica E.S. di ritorno dalle vacanze?

Oltre a cucinare io sono poi una buona forchetta. E sono sicura che se mi conosci, ricorderai altri piatti che hai mangiato con me, anche se non li ho preparati io.

Una piccola precisazione
Così come con il tempo ho abbracciato ricette e cucine di altri parti del mondo, ho preso le distanze da quei piatti che ho sempre mangiato coi denti davanti, i tipici piatti che ogni madre crede che facciano bene e piacciano a tutti, ma che qualche figlio sempre detesta. In questa categoria annovero la pasta con sugo di pomodoro e zucchine e le uova sode o i polipetti con sugo di pomodoro e piselli. Quando parlo con mia madre e mi dice che ha sul fuoco uno di questi piatti, credo che sia l’unico momento in cui non mi prende la nostalgia di casa!

Pubblicato in Scorci di noi | Contrassegnato , , , , , | Lascia un commento

Arcobaleni casalinghi

Sono dell’idea che le difficoltà nel mio cammino lo hanno sempre reso più interessante. Sarà forse per questo che sono appassionatamente legata a molti ricordi, a volte mi faccio dei ripassini di certe epoche della mia vita. Ma l’esperienza insegna che ricordiamo quasi sempre solo le cose belle; i dolori, sia fisici che psicologici, riusciamo a dimenticarli, a nasconderli bene in fondo al cassetto. Quando ne rivango qualcuno, torna subito quel sapore amaro in bocca, quel respiro pesante e corto che precede l’ansia che cresce dentro. Ho imparato a convivere con gli imprevisti che il destino per sua natura ci mette davanti, anche se è vero che esistono persone a cui tutto è andato bene al primo colpo. Non ne conosco molte, ma forse si tratta anche di attitudine, chi lo sa…

Io so che nel mio caso le cose non mi sono quasi mai riuscite bene al primo tentativo. Mai un “buona la prima”, ma sempre tanti ripensamenti, tanti cambi di programma e riadattamenti che si sono presentati spesso e non volentieri, per farmi tirar fuori quel carattere sempre sottovalutato, sempre nascosto ai più. Ne parlavo con le mie amiche lontane E. e J. giusto in sti giorni.

Non so bene perché scrivo di questo, oggi. Forse come promemoria per i tempi che verranno. Non sto facendo l’occhiolino agli stucchevoli cartelli con arcobaleni casalinghi che dicevano che sarebbe andato tutto bene. Pure qui ne facemmo uno, l’anno scorso a marzo. E no, non è andato sempre tutto bene, ma abbiamo bisogno di pensare che alla fine sì, lo farà.

Marzo 2020, il quattrenne E. indica il cartello appena finito

Pubblicato in Scorci di noi | Contrassegnato , , , , | Lascia un commento

Cina e Cuba in tre documentari

In questo lungo anno in cui non sto lavorando, ci sono giorni in cui mi impongo di prendere le cose con calma. Siccome dal pomeriggio in poi sono coi miei figli, è durante certe mattine uggiose che scopro delle vere perle di documentari, quasi sempre su Amazon o Netflix. Impossibilitata come tutti a viaggiare, ho spulciato l’offerta di documentari (un genere che visto in prima serata mi farebbe calare la palpebra) che mi facessero scoprire cose del mondo e ho optato per tre lungometraggi che raccontano paesi che ho visitato. La Cina nel 2016 (in occasione del primo compleanno di E., ma questa è un’altra storia) e Cuba, nel 2007.

Se avete sentito parlare della politica del figlio unico della Cina del secolo passato, ma non avete mai approfondito l’argomento, “One Child Nation” è un documentario del 2019 che indaga sull’impossibilità (allora come oggi molto discutibile) di avere più di un figlio per le famiglie cinesi. La regista Nanfu Wang intervista sia le vittime sia i carnefici di questa pianificazione famigliare nazionale, evidenziandone le drammatiche e numerosissime conseguenze sociali.
Mi ha colpito molto l’approccio diretto seppure intimo della regista. La visione ve la consiglio in una giornata nella quale siete già incazzati per altre cose, perché sebbene sia lodevole la sensibilità nel trattare questo ingombrante tema, l’indignazione alla fine della visione aumenta. Vi lascio il trailer di “One Child Nation” sotto il quale, attraverso i commenti, potete già farvi un’idea del lungo dibattito morale che ne scaturisce.

Locandina di “One Child Nation”

Se invece avete voglia di conoscere due storie di amicizie impossibili ma vere, vi raccomando “Campesino” di Mia Tate, del 2018 e “Cuba and the Cameraman” di Jon Alpert, del 2017.
Il primo racconta un’amicizia nata durante quindici anni di viaggi a Cuba di un fotografo amateur che lavora all’aeroporto di Salt Lake City e un cubano che lo ospita nella sua casa, in provincia di Pinar del Río.

Locandina di “Campesino”

Il secondo lungometraggio racconta il paese di Fidel Castro attraverso gli occhi del regista e di tre famiglia cubane; contiene immagini girate sull’isola durante quarantacinque anni, dagli anni 70 alla morte di Fidel, nel 2016.

Locandina di “Cuba and the Cameraman”

In entrambi i documentari viene ritratta una Cuba rurale in via di estinzione, si evidenziano gli incredibili sforzi della gente di campagna legata alla terra e alla sua stagionalità, oltre che gli scarsi mezzi per le coltivazioni, le case spoglie, le penurie economiche dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, paradossalmente senza mai criticare apertamente l’embargo.
Se siete già stati a Cuba, vi sorprenderete piacevolmente nel ritrovare il carattere cubano, così schietto e dignitoso, capace di arrangiarsi in mille modi per sbarcare il lunario e sempre con un sorriso. Le storie raccontate sono semplici eppure toccanti, perché profondamente umane e universali.
Buona visione!

Pubblicato in Internet | Contrassegnato , , , , , , | Lascia un commento

Entrare nelle case degli altri

In un tempo in cui nello spazio pubblico ognuno di noi reclama il suo metro quadrato di distanza e non sempre ci riesce, entrare nelle case altrui è ormai diventato mission impossible. Ma manco per chiedere un po’ di zucchero al vicino di pianerottolo.

Eppure io riesco ancora ad entrare nelle case di alcune persone.
Della mia famiglia, che sento regolarmente per videochiamata e le cui stanze non sono poi cambiate molto in tutto questo tempo, benché sia noto ai più che mia madre sia una pazza dell’arredamento e dello spostare mobili da un giorno all’altro.
Dei miei suoceri, seppur con tutte le precauzioni del caso perché ogni tanto facciamo loro visita e salvo il momento in cui si pranza assieme, indossiamo sempre la mascherina.
Ma riesco a entrare anche nelle case di due care amiche, case che non ho mai visto e che sono molto distanti fra sé, all’incirca fra i mille e i millesettecento chilometri. È diventata una consuetudine da qualche tempo a questa parte: ogni giorno, salvo i fine settimana in cui siamo preda dei vortici casalinghi delle nostre magioni, io mi comunico con lunghi messaggi vocali con due amiche che, come me, il destino ha trasportato lontano dalla nostra città d’origine.

La nostra chat inizió nell’autunno del 2019 e si chiamava “La Grande Fuga”. Avevamo l’intenzione di concederci assieme un fine settimana per il 29 di febbraio del 2020 in una capitale europea per stare lontane da tutto, vicine fra noi e dedicarci del tempo. Poi arrivò la pandemia colpendoci, per fortuna, ancora prive di biglietti e di prenotazioni varie. La chat cambiò nome, divenendo “La Grande Speranza”. Speranza di rivederci, di andare avanti senza intoppi, di stare bene. Da allora il bisogno di sentirci, unito ai mille dubbi di mamme sole senza grandi aiuti, la voglia di scambiarci esperienze, consigli, sfoghi e anche ricette, ha fatto di questo gruppo un sostegno importante.
Nella routine del mattino, dopo che lascio i bimbi a scuola, so che troverò un messaggio di J. da ascoltare e probabilmente prima di sera avrò risposto e avrò ricevuto anche un saluto di E. Ormai conosco quasi come lei il suo amato parco, così come ascolto le campane della chiesa e viaggio sui treni con J. per andare al lavoro. Conosco le loro case per le foto che ci siamo scambiate in questi tempi di confinamento, quando davvero abbiamo tirato fuori tutte le nostre idee per intrattenere bambini svogliati, incattiviti, in DAD e a volte pesanti come macigni. Abbiamo condiviso momenti ironici, ansie varie per la famiglia, per la pandemia, per le varie incertezze in cui il 2020 ci ha catapultate. Mai avrei pensato che un gruppo What’sApp nato con l’intenzione di dare un diversivo alle nostre vite, fosse il diversivo in sé che mi mantenesse a galla con alcune altre cose (come qualche cucchiaino di Nutella alle dieci di sera).

Entrare nelle case altrui, anche se solo metaforicamente, mi permette di uscire dai mille pensieri che ci sono a casa mia. E mi fa capire che ognuno di noi durante questi mesi strambi di pandemia fa quel che può per preservare una stabilità emotiva, mantener la casa in ordine e inventarsi distrazioni costruttive.

Pubblicato in Scorci di noi | Contrassegnato , , | 1 commento

Questa immobilità

Ho passato alcuni giorni in preda a una commistione di depressione e fancazzeggio, nei quali ho scoperto di essere io la mia peggior nemica. Non mi sopporto più e l’insoddisfazione di base so che sarà una grande risorsa per i tempi che verranno, per definire un cambiamento, grande o piccolo, o tanti cambiamenti, grandi e piccoli.

Questa immobilità, nemicamica, mi sprona a voli con la fantasia. Chi sono, cosa voglio, dove vado? E via di risposte filosofiche, pratiche, ironiche. Direi proprio voli pindarici.

E voli, nel senso letterale del termine. Questa immobilità probabilmente ha acuito la mia scarsa grazia nei movimenti, il mio debole senso dell’equilibrio. Non vale dire che sono alta da sempre e che quindi il mio baricentro è spostato non so dove e sono imbranata nei movimenti. Vale invece dire che sono una che cade da sola. Meglio dire vola.
Nell’impossibilità di volare in Italia per rivedere la mia famiglia, ho deciso di volare per terra, in casa. In due occasioni.
Domenica, con T. in braccio, non ho visto una scatola per terra e ci sono inciampata. Per evitare di cadere addosso a lei, sono caduta sulle mia ginocchia. Risultato, un livido enorme grande come un’arancia sul ginocchio. Ieri, con una bacinella in mano, sono scivolata e ho picchiato il piede contro il muro. Risultato, l’indice del piede grande come il pollice. Credo si sia rotto.

Volareeee, oooooo
Cantare, oooooo

Grazia e leggerezza, quello che non sono
Photo by Andrew on Pexels.com
Pubblicato in Scorci di noi | Contrassegnato , , , , | 1 commento

Il sopravvento

Estate 2017, sono incinta di T. e prendo tutti giorni la metropolitana per andare e tornare dal lavoro. Fra il caldo, la stanchezza e il panzone sempre più evidente, sono abituata a che mi cedano il posto per sedermi. Ormai ho elaborato una legge non scritta che consiste nel dirigermi, appena entro nel vagone, verso i posti destinati ad anziani, mamme con bambini piccoli, persone con difficoltà a camminare (per esempio, per una gamba rotta) o donne incinte. Se qualcuno occupa quei posti ma non appartiene a quelle categorie in genere si alza subito e io mi posso sedere. La civile e gentile Barcelona.
Sono anche abituata a scambiare due chiacchiere con chi mi siede di fianco; si sa, le donne incinte sono quel genere di persone che attirano le chiacchiere altrui, come chi passeggia un cagnolino (e in effetti, un cucciolo, dentro, c’è). Un pomeriggio, nella linea gialla, una signora sugli ottant’anni, alla quale dovevo aver risvegliato qualche lontano ricordo, s’intrattiene conversando con me e con E., che aveva circa un anno e mezzo.
Sono quasi sempre abituata a scambiare qualche parola. Un giorno, nella linea blu, un ragazzo seduto nei posti riservati mi sorride ma non si alza. Dopo qualche minuto in piedi, una persona mi cede il posto e me lo ritrovo di fianco.
“Allora, è maschio o femmina?” mi chiede gioviale.
“Scusa ma te che te ne importa?” rispondo bruscamente.

Un’immagine dell’epoca, qualche giorno prima del parto di T.

Inverno 2021, sono con la mia T. in un negozio. Stiamo cercando un pigiama per suo fratello, ma scorgo una gonna simpatica che su T. starebbe benissimo. Conoscendo il mio pollo, comincio una trattativa ricca di convenevoli:
“Guarda che bella questa gonna, con gli arcobaleni”
“Sì, che bella mamma” risponde T. con le mani giunte vicino al visino e gli occhi quasi a forma di cuore.
“Starebbe bene con la maglia del dinosauro che ti piace tanto” non demordo.
“Sì, la mia maglietta preferita” (ereditata dal fratello, la tratta come un cimelio).
“Starebbe bene anche con la maglia del tio Pipo” (maglia dei Ramones, altro cimelio).
“Oh sì, la maglietta del tio Pipo” e comincia a cantare una canzone che si è inventata lei sulla maglietta del tio Pipo.
“Allora vuoi che te la compro, così la metti per andare a scuola?”
“No, non mi piace” risponde bruscamente.

Di conversazioni come questa ne ho sofferte tante. Lei e il suo caratterino mi fanno sperare di convincerla, di vederla alla fine cedere a qualcosa che le ho proposto. Ma prima o poi arriva l’ultima parola ed è sempre la sua. Ed è sempre una negativa inappellabile a una mia idea più che legittima.

A pensarci bene, quella volta in metro, a quel giovane ha risposto lei per me…

P.S. ci sono molte altre situazioni dove non chiedo a T. che cosa vuole indossare/fare/mangiare perché sono cosciente che queste domande sono controproducenti per noi genitori. In generale non protesta sugli indumenti che porta. Ma su gonne e vestiti in inverno è un po’ a disagio e non voglio obbligarla a portarli se non ha piacere.

Pubblicato in Scorci di noi | Contrassegnato , , , , , , | Lascia un commento